Il Zincarlin
de Varées fa parte di una ‘famiglia’ di Zincarlin insubrici che,
dall’Ossola al Comasco, presentano - sotto la stessa denominazione - caratteri
ben distinti. Nell’Ossola e nel Comasco lo Zincarlin è preparato a
partire dalla maschèrpa (ricotta
grassa), nel Ticino lo Zincarlin è preparato a partire da una cagliata
lattica di latte vaccino che, una volta spurgata in teli, viene messa in forma
(di tazza capovolta) e sottoposto quotidianamente a spugnature con vino bianco.
Lo Zincarlin de Varées si distingue da queste specialità perché è
ottenuto ancor oggi in prevalenza da formaggi di latte caprino e perché la
maturazione avviene in contenitori (tradizionalmente di terraglia) aperti e con
ampia imboccatura, non assume pertanto una forma propria ma presenta
consistenza spalmabile e viene venduto in vaschette di plastica o barattoli di
vetro. Gli Zincarlin fanno parte, a loro volta, di un’ampia categoria di
preparazioni tradizionali ottenute da derivati del latte caprino e vaccino
diffusa sull’Arco Alpino e nelle aree prealpine. L’origine storica comune:
necessità di conservare e recuperare formaggi e ricotte.
Gli Zincarlin
insubrici, come la costellazione dei prodotti analoghi, non sono dei
formaggi ma delle preparazioni alimentari a base di diversi tipi di formaggi
(sia a pasta dura che molle) e/o ricotte, con aggiunta di latte o altri
derivati del latte (siero, panna), spezie (normalmente pepe) e erbe (di solito
aglio, prezzemolo); in qualche caso anche olio o alcolici. In provincia di
Varese, nella parte più montuosa del territorio (Valli del Luinese), è presente
un altro esempio di questa costellazione: il furmag’ de (la) ségia.
La
preparazione di questi prodotti prevede un processo di rifermentazione di
durata molto variabile (anche sino a diversi mesi) con proteolisi spinte e, a
volte, fermentazione alcolica. In alcuni casi la tradizione è evoluta nella
preparazione di un semplice amalgama di una ricotta (o di formaggio a
coagulazione lattica) con aromatizzazione, cui può seguire il consumo fresco o
una breve maturazione. Oltre
alle due tipologie principali (a base di ricotta e a base di formaggi) si
conoscono anche tipologie intermedie con utilizzo sia di formaggi molli (e/o
ricotta) che duri. Quanto alla forma si osserva che spesso il prodotto viene
modellato a forma sferica, ovale, a cupola rovesciata ma che - altrettanto
spesso - viene mantenuto in forma sfusa in contenitori di varia foggia (o anche
in cumuli) sino al momento del consumo.

L'ula di terraglia utilizzata tradizionalmente per preparate il Zincarlin
L’analisi
etimologica sembra indicare come, all’origine delle varie preparazioni
appartenenti a questa ‘famiglia’ vi sia un modello arcaico basato sull’utilizzo
di metodi per la conservazione della ricotta (e poi della ricotta stessa e/o di
altri formaggi) . Ogni tradizione ha cercato di esprimere soluzioni in grado di
risolvere i problemi legati alla conservazione di questi prodotti: evitare la
friabilità e l'eccessiva secchezza, garantire una lunga conservazione al riparo
dei rischi di infestazione delle larve di Phiophila
caesei (in qualche caso, peraltro, tutt’altro che sgradita)(1), evitare
sapori amari e le conseguenze di una maturazione troppo ‘spinta’ (anche in
questo caso con la precisazione che la soglia di percezione
dell’amaro e del piccante dei ‘vecchi’ era molto diversa da quella attuale).
Dalla
varietà delle soluzioni adottate è nato un ventaglio di prodotti con
caratteristiche diverse.
E’
probabile che l’esigenza di conservazione di altri tipi di latticini e di
recupero di formaggi non idonei al consumo o alla conservazione abbia
determinato una parallela evoluzione di metodi di conservazione di latticini
(molli ma anche molto duri) attraverso processi di rifermentazione. Per quanto
riguarda, invece, l’utilizzo di formaggi freschi a coagulazione lattica (quale
è il caso dello Zincarlìn de Varées) è interessante osservare che
l’utilizzo di questi ultimi, in ragione delle caratteristiche della pasta
(altrettanto plastica di una ricotta fresca) consente di realizzare
preparazioni con la stessa forma e lo stesso nome di quelle ottenute a partire
dalla ricotta.
Ciò èevidente nel caso del basso Ticino (e in qualche caso delle confinati aree
comasche) dove le forme dello Zincarlin,
ottenute da pasta di formaggio fresco, sono accuratamente modellate a forma di balòt
(palla) o di tazza rovesciata in analogia ad alcuni tipi di Zincarlin
derivati dalla maschèrpa. Nomi (vedi le successive note etimologiche) e
forme tendono ad restare fedeli ad un modello comune, verosimilmente arcaico,
ma dietro a questa forma il contenuto si è evoluto e differenziato.
E’ il
caso dello Zincarlìn de Varées. A Varese non osserviamo mai una
produzione a partire dalla ricotta. A nostro avviso ciò è legato all’assenza di
veri e propri alpeggi dove, nel periodo estivo, la disponibilità di importanti
quantitativi di latte metteva a disposizione una grandi quantità di siero e
imponeva – anche in ragione delle difficoltà di trasporto - l’adozione di
metodi di conservazione della mascàrpa
(ricotta grassa) per la successiva commercializzazione (già nel medioevo la maschèrpa è citata per il pagamento di
affitti di pascoli e di decime). Nel circondario di Varese, in assenza di
gestioni d’alpeggio di tipo alpino (come si osservano già nel centro Lario e in
Ossola), la lavorazione casearia era
legata anche in estate a una dimensione famigliare, di sussistenza nell’ambito
della quale limitate quantità di ricotta erano oggetto di (auto) consumo. Vi
era, però, una maggior disponibilità di formaggette e formaggini caprini e/o
misti.
Una famiglia numerosa
L’elenco
delle specialità alpine della categoria è lungo: Brous, Cachat, Cachaille (Provenza), Bruss (Langhe, Piemonte), Salgnun (Torinese), Salignun, Salagnun, Sargnon, Serniun (Biellese, Valsesia), Sancarlin (Biellese), Zingarlén, Zancarlin, Sancarlìn, Zincarlin,
Masarèt (Ossola), Zincarlin,
Sancarlìn, Sancarlign, Zancarlìn, (Canton Ticino), Zìgher, Zìngher, Zincarlìn, Sancarlin, Zingherlìn (Comasco), Zìgher, Zigar (Alta Valtellina), Zieger (Canton Grigioni), Ziger (Canton Glarona), Zieger (Alto Adige), Zigher, Schiz (Dolomiti bellunesi).
Spesso il nome del prodotto deriva dal recipiente tradizionale (in legno o
terracotta) utilizzato per la preparazione. E’ il caso del Furmag’ de (la) ségia della provincia di Varese. Molti prodotti
riportati nell’elenco rimandano alla voce ‘zígher’ (tedesco Ziger/Zieger)(2). Zieger è il termine utilizzato dal tedesco moderno per denominare
la ricotta. Tale termine è pervenuto nel tedesco moderno dalle parlate tedesco
alpine che, a loro volta, l'avrebbero preso dal gallico. Esso non pare connesso
a ziege (= capra) anche se una
relazione con la derivazione di molti prodotti, almeno ab antiquo, dal latte di capra non si può certo escludere. La voce
tedesca zieger (pronuncia zìgher) deriverebbe da *dwi gro-s dell'antico gallico, da cui *dwi -gra del tardo gallico dove *dwi ha significato di due (con chiaro
parallelismo con in latino, l'inglese e il tedesco) e la radice ger quello di ‘cuocere, bollire’ e
significherebbe quindi ... ‘ricotta’ (3). La rotazione consonantica dalla *d
gallica all'affricata z- del tedesco indicherebbe come probabile la mediazione
del tedesco nel passaggio alle lingue galloromanze ed escluderebbe un passaggio
diretto dal gallico (4).
In
Canton Ticino (Leventina, Maggia, Verzasca), a conferma di queste ipotesi
etimologiche la ricotta prende il nome di Zigra
voce che risulterebbe pertanto molto vicina a quella gallica. Dalla voce
lombarda e ladina Zìgher è
ragionevole intravedere un chiaro legame di derivazione delle voci Zincarlin e Sancarlin, attraverso una catena di corruzioni di cui permangono
vive le forme intermedie (o almeno la loro memoria scritta o orale): Zìgher → Zingher → Zingherlin → Zingarlén → Zincherlin → Zincarlin → Zancarlin → Sancarlin → Sancarlign → Cingherlin. Da Zigra
l’unica derivazione pare Zìgar (Canton
Ticino, Valfurva, Alta Valtellina).

Oggi la lavorazione del Zincarlin parte spesso dal caprino lattico stagionato 'che cola'
La denominazione prevalente e le
attestazioni storiche
In
provincia di Varese sono ben attestate le voci Zincarlin e Sancarlin
(con la variante San Carlin in
esplicito riferimento al santo) e, meno frequentemente, Zincarlen e Zancarlin; in
disuso la variante Cingherlin (a
volte italianizzata in Cingherlino). Quest’ ultima è citata oltre che
dall’Atlante dei formaggi edito a cura dell’Insor (5) (che la riferisce
genericamente al ‘Varesotto’) anche dalla Guida alle specialità regionali
italiane di Monica Cesari Sartoni: “cingherlin o zìncarlin formaggio di latte
caprino ma anche misto, prodotto ai pascoli tra Varese e Como, con buon centro in
Besozzo. Viene stagionato dalle tre alle quattro settimane per conferirgli un
sapore piccante. E’ tradizione servirlo con olio, aceto e sale, insieme a
fagioli lessati e cipolle crude”(6). E’ bene precisare che il riferimento a
Besozzo quale centro di produzione del Zincarlìn
che si trova anche in altre fonti è stato ripreso dai diversi autori (un po’
pedissequamente come capita nella letteratura non specialistica sui prodotti
tipici) dalla guida ‘Lombardia’ di Luigi Veronelli che risale al 1968 (7).
La voce
Zincarlin viene riferita al dialetto di Malnate dal Dizionario Reto-Romancio
del 1938 (si tratta di una testimonianza importante) (8) ed è presente, ad
indicare una presenza radicata nelle abitudini alimentari locali, nel
Vocabolario Viggiutese (9).
Pietro
Colombo nel suo ‘Ul mangià di nost vecc. Varese e Varesotto (10) riferisce sia
la voce Zincarlin che Sancarlin: ‘Con
una ulteriore lavorazione la formaggina era trasformata in “Sancarlin”, formaggio
particolarmente piccante chiamato anche “Zincarlin”’. Sancarlìn è il termine utilizzato dalla guida del Touring Club11 e
nel numero speciale (3/1985) sulla gastronomia varesina della rivista
‘Lombardia Nord Ovest’ della CCIAA12. Utilizza la variante Zincarlen Anselmo Carabelli nella sua opera ‘Mangià e tradizione
nel Varesotto’(13) . Nel calendario della Famiglia Bosina del 1967 troviamo
invece un interessante riferimento al Zancarlen
perché cita espressamente la Valcuvia: ‘La Valcuvia e Cabaglio hanno tutt’ora
la specialità dei formaggini e dell’esplosivo ultra fermentato “zancarlin”, il
formaggino di capra tutto brulicante appunto di “carlin” vivi e saltellanti
nella massa del formaggio a delizia dei buongustai!’ (14).

L'amalgama per la preparazione del Zincarlin
L’area di produzione
Le
informazioni raccolte consentono di identificare con l’alta pianura e la fascia
collinare (dal Ceresio al Verbano) le aree dove la tradizione di preparazione
dello Zincarlìn/Sancarlìn era più radicata (e con essa le voci in questione).
Nella parte più alta della provincia, in Valtravaglia, Dumentina e Veddasca al
posto del Zincarlin troviamo invece
il formag’ de (la) ségia. Ne deriva
una chiara geografia produttiva che tende anche a qualificare la produzione
attuale alla luce di un chiaro e preciso legame territoriale. Già abbiamo visto
che anche in area montana (Valli del Luinese) la produzione casearia fosse
limitata anche in periodo d’alpeggio a prodotti prevalentemente per
l’autoconsumo. Queste considerazioni, a maggior ragione, valgono per la fascia collinare
e di alta pianura dove il numero di capi allevato era ridottissimo e dove era
diffusa – specie nelle famiglie che possedevano solo capre - la tecnica
casearia più idonea alla lavorazione
di limitatissimi quantitativi di latte (specie se esclusivamente caprino o
misto): la coagulazione lattica. Con il drastico ridimensionamento
dell’allevamento caprino nelle aree di alta pianura e collinari (tra il ‘600 e
l’inizio dell’ ‘800) la tradizionale cagliata lattica caprina – con eccezione per qualche ambito collinare - ha continuato
ad essere più spesso realizzata in ambito casalingo con l’unica vaccherella
allevata dalle famiglie (tenendo presente che la produzione di una vaccherella
ottocentesca non superava di media i 5 kg giornalieri di latte). Oltre alla
continuità con la tradizione di lavorazione
del latte caprino il ricorso alla coagulazione lattica è espressione di un
contesto di autoconsumo in cui non vi è la possibilità di disporre di abomasi
di vitello o di capretto e di dedicare alla preparazione del caglio le
necessarie attenzioni richieste dalla sua preparazione (in assenza di alcuna
aggiunta di caglio diveniva necessario per via termica la precipitazione della
caseina destabilizzata ponendo il recipiente con la ‘quagiada’ sulle ceneri calde del focolare domestico). Ne derivava
la Furmagina,
base per la preparazione casalinga tradizionale dello Zincarlìn. Nonostante il ricorso (imposto dalle circostanze) al
latte vaccino lo Zincarlìn nelle fonti citate ha continuato ad essere
considerato come un tipico derivato del latte caprino Nella montagna una
situazione più evoluta dal punto di vista del caseificio (per quanto
famigliare) continuava a consentire la produzione di burro e formaggi a
coagulazione presamica (vaccini e caprini); di qui la disponibilità di diversi
tipi per produrre il corrispondente dello Zincarlin:
il Furmag’ de (la) ségia. 1- continua

Note
1. Oggi sono praticamente
scomparsi, almeno in provincia di Varese, gli estimatori del ‘formaggio che
cammina’
2. M. Corti, M. Curtoni, S.
Lamberti, G. Bosoni, La maschèrpa de
l aalp molto più di una ricotta: in Caseus
VIII (2003), n. 2 pp 4-13. e
in: La Valle Intelvi, Quaderno n. 9, 2003, pp. 85-96.
3. Hubschmied J.L., Ausdrücke der Milchwirtschafr
gallischen Ursprungs, Vox Romanica, 1, 1936, 88-105.
4. Remo Bracchi, comunicazione
personale.
5. Ministero Agricoltura e
Foreste. Atlante dei prodotti tipici: I Formaggi a cura dell’Insor, Roma, 1991
(p.188).
6. M. Cesari Sartoni, Mangia
italiano. Guida alle specialità regionali italiane, Morellini Editore, Milano,
2005 (p.48).
7. L. Veronelli, Lombardia,
Garzanti, Milano, 1968, (p. 39).
8. C. Pult, A. Schorta,
Società retorumantscha, Dicziunari rumantsch-grischun, Bischofberger, Coira,
1938, Vol. III (p. 75).
9. ‘Zancarlìn = formaggio con
pepe’. Vocabolario viggiutese in: http://www.franzi franzi.it/
quaderniviggiutesi/Vocabo/Vocaboli.html
10. P. Colombo, Ul mangià di
nost vécc. Varese e Varesotto, Macchione, Varese, 2004, (p. 75-76).
11. Varese e provincia: le
prealpi, le valli, i laghi : ville, monasteri, castelli, Touring Editore, 2002.
Il ‘sancarlin’ è citato a pag. 26 tra i
prodotti della gastronomia provinciale.
12. Alimentazione e
gastronomia ‘regionale’. Lombardia Nord Ovest, n. 3, 1985 (pp 7-40).
13. ‘fatta la furmagina con una ulteriore elaborazione
si preparava ul zincarlen’. A. Carabelli, Mangià e tradizione nel Varesotto, Macchine,
Varese, 2008, (p. 84).
14. A. Banchieri, La
gastronomia del varesotto, in: Calendari do ra Famiglia Bosina, 1967 (pp. 67-69).