Ruralpini 

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Orsi e lupi


Il lupo non aiuta la biodiversità alpina

 materiali per un manifesto pro pastoralismo, contro la diffusione del lupo sulle Alpi



Meno pastori, più animali da pascolo confinati in spazi ristretti (e di notte in recinti di protezione), più pascoli a rischio (lupo) abbandonati, più mute di cani da difesa (che predano i nidi) significa meno covate,  voli,  coppie, condanna a morte della tipica avifauna montana e grave impoverimento delle reti ecologiche alle quali gli uccelli partecipano interagendo con gli insetti e le piante. Tra le specie a rischio di estinzione, a causa della regressione del pastoralismo alpino e appenninico, vi è la Coturnice, la cui principale popolazione mondiale è in Italia.  Ma del resto cosa interesserà mai della biodiversità a chi gioisce del meticciamento del lupo appenninico con quello balcanico, baltico ecc.? Pur che il lupo avanzi, pur che l'ideologia lupista trionfi. Pur di far cessare le attività tradizionali e costringere all'abbandono delle montagna, all'attuazione di una "pulizia etnica" senza sporcarsi le mani. In nome di quella Natura che gli interessi economici che assecondano le ideologie animal-ambientaliste stanno sistematicamente avvelenando, depredando.



Solo per l'uomo bianco

la natura è  una "wilderness"

Per noi  è  mansueta...

La terra è ricca di doni

e noi siamo circondati

dalle benedizioni del Grande Mistero 


Orso in piedi, capo Lakota






di Michele Corti


(26.12.18) Grazie ai potenti megafoni mediatici del potere economico, all'egemonia culturale di cui l'ambientalismo urbano gode in quanto "costola" della sinistra progressista, alle solide posizioni nel mondo accademico e dell'editoria e, last but not least, grazie ai molti milioni incassati dai progetti europei pro lupo (spesi in generosa misura in propaganda), la strategia di diffusione del canide - perseguita dalle lobby internazionali secondo un preciso copione - gode di ottima fama. Fin che la presenza non si concretizza tutti plaudono alla reintroduzione. Salvo poi, come accade in intere provincie (Bolzano e Trento), cambiare velocemente idea.

Il pubblico sprovveduto, quasi per riflesso pavloviano, la associa alle ormai note giaculatorie della nuova religione: "biodiversità", "riparazione dei danni inferti all'ecosistena", "miglioramento ambientale". Ciò ha, oltretutto, la benedizione della chiesa cattolica (allo sbando).

Sono assiomi che non richiedono dimostrazione; sono, anzi, dogmi che nessuno deve osare mettere in discussione. Se lo fa è un bestemmiatore, un blasfemo. Socrate si guadagnò un infuso di cicuta per le sue "bestemmie", oggi si accontentano di attribuire marchi di infamia preconfezionati "ignorante", "troglodita", di "tagliare fuori". In Italia ben pochi esemplari appartenenti al genere Intellectualis, stante il particolare conformismo della specie italica, osano manifestare idee etrodosse in materia. Diversamente stanno le cose in Francia, ma lì hanno un diverso dna, hanno i gilet jaune, un mondo rurale reattivo, persino degli intellettuali che si schierano con la plebe. In Italia chiunque si sente un minimo acculturato deve aderire al dogma: "lupo è bello, pastore è zotico ignorante". Per lo stesso motivo per il quale in Italia, quasi ovunque, il contadino - a detta del famoso etnografo Scheuermeier - si vergognava di esserlo (a differenza dell'orgoglioso bauer dei paesi di lingua tedesca) e, la domenica, cercava di cammuffarsi da cittadino. Lo stesso meccanismo di subalternità sociale porta il piccolo borghese a identificarsi in atteggiamenti radical-chic (tra cui l'ambientalismo da salotto dal forte connotato ideologico).


Articolo contro il lupo dell'organo del partito comunista francese. Va notato che anche l'appello lanciato nel 2014 da un gruppo di intellettuali e specialisti a favore del pastoralismo e contro il lupo apparve su  Liberation, quotidiano dell'estrema sinistra. In Francia, sia a destra che a sinistra, la difesa dei contadini, dei pastori, del paesaggio, delle produzioni tipiche  è elemento imprescindibile della difesa complessiva dei valori e dell'identità nazionali. Una storia ben diversa porta in Italia gli intellettuali, ma anche il ceto medio - i cui complessi di inferiorità portano a emulare gli atteggamenti radical-chic della borghesia - a disprezzare i valori rurali apprezzandone semmai i soli prodotti alimentari come elemento snobistico ed edonistico (tipico l'atteggiamento di Slow food che apprezza e afferma di sostenere i formaggi a latte crudo di pascolo ma che poi difende il lupo). L'ambientalismo da salotto perpetua il conflitto tra città e campagna. Oggi c'è da sperare che, con l'affermazione di idee populiste e sovraniste anche in Italia si diffondano sentimenti e atteggiamenti simili a quelli francesi.



Quindi chissenefrega se i lupi stanno mettendo in ginocchio interi territori (vedi Maremma ma anche Lessinia). In Francia, correva l'anno 2014, un gruppo nutrito di studiosi e specialisti di materie umanistiche, sociali, agricole e biologiche firmarono un appello a favore dei pastori, denunciando che la pressione predatoria che mina la biodiversità, il paesaggio, i prodotti alimentari più autenticamente "legati al territorio". Tra loro Carlin Petrini, fondatore di Slow Food. La difesa della biodiversità rappresenta in Francia un argomento forte e trasversale contro una reintroduzione del lupo, una reintroduzione che, peraltro, neppure l'indagine parlamentare sul tema ha potuto chiarire se di natura spontanea o meno.



Paesaggio pastorale delle Cevennes (Francia centrale). Il Parco nazionale delle Cevennes è il primo che si schiera apertamente contro il lupo per la difesa della propria mission: la tutela del paesaggio pastorale storico dichiarato patrimonio dell'umanità



Paesaggio, cultura, biodiversità: se ne parlassimo seriamente invece che con le formulette per la propaganda?


Grazie alla potenza di fuoco dell'artiglieria mediatica amica, il partito del lupo è riuscito a presentare la "necessità" della reintroduzione sulle Alpi del grande predatore quale una priorità assoluta, riuscendo a mettere in ombra nel dibattito le istanze di tipo non solo socio-economico ma anche ecologico che inducono a non trascurare le conseguenze negative della reintroduzione del lupo. Viene sempre citata la Direttiva habitat e la Convenzione di Berna che hanno stabilito una super-protezione per il lupo (in tempi in cui rischiava l'estinzione).

I patrimoni culturali, ambientali, naturalistici che il lupo mette a rischio sono, come denunciato dal manifesto pro pastori dei ricercatori e intellettuali francesi, tutelati da strumenti (direttive, convenzioni, trattati) di pari se non superiore importanza agli argomenti giuridici (peraltro anacronistici) invocati a  favore del lupo. Il paesaggio, elemento di fusione tra dimensione culturale e naturale e pertanto in opposizione al concetto mistificante di "natura selvaggia" è tutelato dall'art. 9 della costituzione e dal Codice dei beni culturali (D.L. 22.1.2004 n. 42).  A tutela del paesaggio è stata siglata la Convenzione europea del paesaggio di Firenze (20 ottobre 2000). La tutela specifica del paesaggio rurale tradizionale è stata oggetto del decreto n. 17070 del 19 novembre 2012, che ha istituito l'Osservatorio Nazionale del Paesaggio rurale, delle pratiche agricole e conoscenze tradizionali (ONPR), ha contestualmente previsto, all'articolo 4, l'istituzione del "Registro nazionale dei paesaggi rurali di interesse storico, delle pratiche agricole e delle conoscenze tradizionali" che ha da poco presentato i primi paesaggi inseriti.




Le conoscenze e le pratiche agricole e pastorali tradizionali in quanto patrimonio culturale sono tutelate dalla Convenzione per la salvaguardia del patrimonio culturale immateriale (Parigi, 2003). L'Unesco, lo suddivide in cinque registri: il registro dell’oralità è dedicato alle tradizioni orali, alle modalità espressive, alle memorie collettive; il registro delle arti e dello spettacolo, è rivolto alle performance artistico-espressive e racchiude la storia lombarda della musica, del ballo, del teatro, delle arti figurative; il registro della ritualità è dedicato alle pratiche sociali e collettive e ricomprende anche riti religiosi e laici e feste popolari. Interessano direttamente la pratica pastoralista  il registro dei saperi naturalistici, dedicato alle pratiche e alle conoscenze legate alla natura e quello dei saperi tecnici dedicato alle tecniche lavorative e ai saperi agricoli e artigianali ma anche i registri dell'oralità e del rito sono ampiamente coinvolti nella definizione di un contesto pastoralista che, ricordiamolo, comprende gli inscindibili aspetti culturali e specificamente antropologici dell'attività pastorale. Dal mio punto di vista il patrimonio immateriale connesso all'attività pastorale si estrinseca in: 1) saperi animali: etologia, fisiologia di animali domestici e selvatici; 2) saperi tecnologici alimentari: caseificazione e conservazione dei latticini, preparazione e conservazione delle carni; 3) saperi vegetali: proprietà tossicologiche, alimentari, tecnologiche di piante e materiali vegetali, ciclo vegetativo; 4) saperi ambientali: idrologici, pedologici, geologici, metereologici. Il patrimonio immateriale legato alla pratica pastoralista oltre ai saperi comprende il patrimonio linguistico composto dal lessico e dalla microtoponoimastica. In entrambi i casi questo patrimonio si articola in un uso vivente (da parte della comunità di pratica) e in una conoscenza inventariata che, nel caso della microtoponomastica diventa un patrimonio legato al luogo allo stesso titolo dei manufatti materiali. Patrimonio immateriale legato ai complessi pascolivi sono anche le leggende e i fatti storici ambientati nei singoli luoghi mentre ai sistemi pastoralisti di aree omogenee possiamo ascrivere altri beni immateriali quali  rituali di propiziazione e fertilità, tabù, credenze in forze soprannaturali ma anche le svariate forme di proprietà e godimento dei beni collettivi e le connesse istituzioni.


Pastoralismo e biodiversità


Il patrimonio legato alla pratica pastoralista e all'allevamento estensivo  comprende anche la biodiversità, quella che il lupo - una volta introdotto - quasi magicamente andrebbe a migliorare riportando salvificamente all'equilibrio le reti ecologiche che l'uomo (i cattivi cacciatori, i montanari ignoranti e gretti) ha sconvolto. Una narrazione religiosa, decontestualizzata sul piano storici e sociale, che non corrisponde per nulla al reale. Un brutto colpo all'ideologia religiosa conservazionista è stato fortunatamente inferto dalla Convenzione sulla biodiversità (Rio de Janeiro, 1992) tutela esrtessamente le razze di animali domestici. Oggi il WWF finge di difendere, anche attraverso organizzazioni da esso controllate, anche le razze asinine, ovine ecc., ma, sino al 1992, l'organizzazione ambientalista delle teste coronate e - per non poco tempo - sostenuta dai petrolieri, si opponeva a che la biodiversità comprendesse le specie vegetali e animali domesticate dall'uomo. Come se l'allevamento, la coltivazione non fossero una forma simbiontica, una alleanza interspecifica, largamente diffusa in natura. L'ideologia ambientalista hard (che continua a riaffiorare per quanto non proclamata apertis verbis) nasce, come è noto, negli Stati Uniti nel XIX secolo e proclama sua missione la salvaguardia dei santuari della natura incontaminata. La missione venne attuata attraverso l'istituzione di National Park caratterizzati da due "simpatici" aspetti: 1) vengono scacciate le tribù native, superstiti al genocidio e alla segregazione nelle riserve indiane per avvalorare la finzione dei parchi quali territori non soggetti a "disturbo antropico" e per eliminare un elemento umano "inferiore", suscettibile di danneggiare la Natura per la sua ignoranza e grettezza (non importava, ovviamente, se gli "indiani", nei confronti della natura, nutrissero un rispetto sacrale mentre i colonizzatori vi vedevano solo uno strumento di profitto da piegare con la potenza della tecnica); 2) il territorio viene sottratto alle autorità locali, anche degli stati, e avocato a Washington.

I parchi, il parchismo, nascono come ideologia intrinsecamente razzista, e colonialista, macchiata di genocidio. Quel triste marchio di fabbrica se lo portano dietro ancora oggi nel mondo.Il punto di svolta è il Yosemite Grant Act del 1864. Il leader conservazionista John Muir era dell'idea che la presenza degli Ahwahneechee e di altri "indiani" rappresentasse una dissacrazione. Non importa se questo popolo, che non era affatto "nomade" come i conservazionisti cercavano di far credere, era lì da 6 mila anni. Erano "sporchi" e "pigri", e questo deficit materiale e morale insudiciava il santuario della natura voluto dai bianchi. Erano "pigri" perché loro tecniche di caccia che praticavano consentivano loro di vivere senza grande dispendio di energie. Nella mentalità della modernità capitalistica che aveva costretto le classi popolari dell'occidente, passate attraverso la rivoluzione industriale, a una vita di stenti per ottenere in cambio dai padroniil minimo per la sopravvivenza (il prezzo da pagare per l'accumulazione del capitale) la vita dei nativi a Yosemite era scandalosa. Andavano sloggiati, deportati.  Gli Ahwahneechee utilizzavano in modo sostenibile l'ecosistema che non era quindi "incontaminato". Praticavano l'incendio controllato radente  il suolo che manteva  il bosco aperto con grandi alberi e  una buona biodiversità (circostanza che preveniva gli incendi disastrosi che oggi devastano la California), piantavano alberi per ottenere ghiande come alimento ecacciavano senza compromettere l'abbondanza delle prede . A differenza degli altri parchi americani a Yosemite i nativi vennero tollerati in numero ridotto per svolgere attività al servizio del parco e di comparse.

Il carattere di tanto ambientalismo successivo deve parecchio a queste impostazioni razziste, paternaliste e antidemocratiche che furono poi applicate anche nell'Africa ai tempi della decolonizzazione, quando i parchi rappresentarono il mezzo per mantenere il controllo degli ex colonialisti su ampi territori, ma anche agli stessi paesi occidentali (1). Prima ancora della decolonizzazione nacque il Parco del Serengheti. A generazioni di europei e di nordamericani sono state somministrate ore interminabili di visione di documentari televisivi su questo parco (sino alla nausea). Pochi sanno però la sua storia che inizia nel 1940. Gli inglesi pensavano di farne una risorsa turistica ma non avevano intenzione di trasferire con la forza o con l'inganno i Masai che mantenevano le loro mandrie nel parco. Allora i turisti, a differenza di oggi, si lamentavano dei Masai, per i loro barbaric ways (2) . A cacciare 100 mila Masai dalle loro terre ancestrali (dove pascolavano da migliaia di anni i loro bovini) non furono le autorità coloniali ma una campagna convervazionista condotta da Bernhard Grzimek, direttore dello zoo di Francoforte che nel 1956, senza alcuna base scientifica, in un libro di effetto, No place for wild animals ,  sosteneva la prossima estinzione delle specie del Serengheti. I conservazionisti dell'epoca non erano affatto di quell'avviso . Uno di loro, che aveva lavorato per anni in Kenya studiando i Masai scrisse: The herdsmen are actually the reason that there are still many wild animals here [i pastori rappresentano il vero motivo per cui vi sono qui ancora molti animali selvatici] (3). I pastori non coltivavano, non cacciavano. Ma alla campagna di Grzimek venneincontro Hollywood che incoronò con un oscar il film di Michael Gzimek figlio di Bernhard che aveva lo stesso titolo del libro del padre. L'idea di una grande area "incontaminata" senza presenza umana era diventata un'idea di successo mediatico con la quale l'elite poteva ottenere i suoi fini. Nel 1958 le autorità coloniali inglesi, arrendendosi alla campagna internazionale, fecero firmare ai Masai un accordo "volontario" per abbandon are il Serengheti. Pochi anni più tardi, nel 1961, a Morges in Svizzera (scelta come sede neutrale per far dimenticare che il cervello dell'operazione era comunque a Londra negli ambienti della corona, del Foreign Office e dei servizi segreti). Lo sfaldamento dell'impero britannico rendeva urgente la ricerca di strumenti per continuare a controllare territori ricchi di risorse naturali strategiche. In Africa e in India milioni di persone: pastori, contadini, cacciatori-raccoglitori furono cacciate dalle sedi ancestrali in nome di tigri, elefani, rinoceronti. In realtà per ben altri scopi.

Il WWF è tutt'oggi nel mirino delle organizzazioni per la difesa dei popoli indigeni che denunciano casi di abusi, violenze e sistematiche violazioni dei diritti umani perpetrati in diversi paesi africani da squadroni al soldo degli ambientalisti in nome della "lotta al bracconaggio" e della difesa dei parchi. Il rapporto Survival International’s report di Conservation Watch (4) sostiene che, National parks and other protected areas have been imposed on their lands without their consent, often with little or no consultation. Some of the world’s largest conservation organizations, principally the World Wildlife Fund (WWF) and the Wildlife Conservation Society (WCS), were the key players involved in this carve-up of indigenous lands.



L'ideologia della "natura selvaggia" ha responsabilità per il quadro di rapido degrado del paesaggio

Tutto questo era (è) funzionale a fare dei Parchi qualcosa di speciale che doveva avvalorare l'ideologia della wildernerness, dimostrando come le strategie conservazioniste potevano avere successo. Sulla "naturalità" della cacciata delle popolazioni indigene e della violenza impiegata contro i nativi (specie in Africa) per far rispettare i divieti imposti alle attività umane nelle "riserve della natura" ci sarebbe non poco da dire. Quando poi il parchismo è stato applicato in Europa dove non esiste ambito che non sia stato antropizzato dalla preistoria e dove la dimensione dei parchi, paragonata a quelli americani e africani, è quella di un francobollo facilmente esposto alle influenze dei territori circostanti, la sua pretesa di "restaurazione della natura" è apparsa ancor più chiaramente quale una pretesa ideologica.

Va da sé che in Europa (ma anche in altre aree del mondo di antica civilizzazione) la pretesa di "restaurazione della natura" si scontra contro l'impossibilità palese di annullare retroattivamente l'influenza antropica, diretta e indiretta,  sugli ecosistemi. Anche se le possibilità attuali dell'uomo di alterare gli ecosistemi sono immensamente superiori a quelle del passato, va tenuto conto che ancora prima della rivoluzione agricola l'uomo con la caccia e il disboscamento (incendio) ha iniziato ad alterare profondamente l'habitat. Buona parte della fauna e della flora considerate spontanee non sarebbe presente se non vi fossero state influenze antropiche. Oggi parliamo di specie "invasive", che si spostano con velocità spettacolari grazie agli aerei. Ma quando arrivavano (trasportate o meno consapevolmente) con navi di legno e navigazioni di anni o, ancora più lentamente con le migrazioni di popoli e del bestiame al seguito nell'arco di decenni o di secoli non cambiava il dato essenziale: senza l'intervento umano queste specie e le nuove cenosi in sui si sono inserite non sarebbero esistite in quel continente, in quella regione. 



Nel parco nazionale svizzero le piante morte vengono lasciate in situ. Una pratica invocata dagli ambientalisti come regola per la "gestione" del bosco. Una pratica che qui non ha particolari conseguenze nel contesto di alta montagna ma che gli ambientalisti vorrebbero estendere indiscrinatamente con la conseguenza che la diffusione degli insetti parassiti, in forza della mancata rimozione del materiale a terra, risulterebbemolto dannosa.


Qual'è il paesaggio, l'ambiente "naturale"? In Europa riguarda ambiti molto ristretti; sono pochissimi, tolti quelli delle rupi, i paesaggi con copertura vegetale del tutto naturali. Dune, rive di fiumi, zone umide (percepiti, giustamente come paeseggi ad elevata naturalità) sono stati oggetto di modificazioni in relazione a forme di raccolta, pascolo, interventi idraulici eseguiti in loco o altrove. Non esistono poi foreste vergini se non allo stato reliquiale. La pretesa di separare ambienti e paesaggi "naturali" da quelli "antropici" è vana. Possiamo solo parlare di elevata naturalità o di elevato intervento ("disturbo") antropico. L'uomo non è un marziano è un animale e fa parte dell'ecosistema. Fino a quando gli ecosistemi in cui si inserisce mantengono una complessità e una resilienza tali da garantire un soddisfaciente equilibrio è fuorviante accusare l'uomo di creare un ambiente artificiale. Le metropoli, le megalopoli lo sono, consumano energia e materie prime non rinnovabili a un ritmo insostenibile. La stessa agricoltura industriale trasforma la campagna, con i suoi paesaggi semi-naturali, l'ancora ricca presenza di specie selvatiche, la presenza di reti ecologiche, di catene trofiche , in una landa desolata dove la massima aspirazione è (almeno in un periodo dell'anno) limitare la presenza delle specie vegetali a una sola, previa irrorazione di pesticidi. Quella falsa dicotomia tra il naturale (il parco come santuario) e l'antropico, quel mettere sullo stesso piano l'uomo contadino in simbiosi con animali, piante, microbi, consapevole dei limiti  dell'agire umano, rispettoso delle forze cosmiche con le quali ricerca la sintonia con l'agire dele multinazionali a chi giova? Non certo al contadino, al pastore che - in quanto reo di "disturbo antropico" viene sottoposto a vincoli e limitazioni (finalizzate a "rispettare l'ambiente") che , in un contesto di aggravi burocratici e di prezzi trascinati al ribasso dalla globalizzazione (i prodotti del contadino sono "messi fuori mercato" in nome del liberismo con quelli di prodotti provenienti da realtà con soglie molto più basse di rispetto dei diritti dei lavoratori e di tutela ambientale e della salute).

A chi giova l'impostazione ambientalista manichea allora? A chi ha le risorse per dimostrare, con abili giochi di prestigio, che i propri processi produttivi sono "sostenibili", per acquistare le ecoindulvenze vendute dagli ambientalisti, per finanziare "aree protette" o campagne strappalacrime a favore degli orsi polari. Intanto in Italia, nelle nostre regioni, nelle nostre valli e colline cosa è in atto? Una gigantesca trasformazione del paesaggio rurale, con tutti i suoi quadri differenziati in un "paesaggio dell'abbandono". Invece che preoccuparsi di questo processo troppo rapido l'ambientalismo in pantofole gioisce in modo irresponsabile per ogni milionata di ettari in più di boscaglia (estesa a danno di prati e pascoli). Gioisce in forzadella sedimentazione e all'interiorizzazione dell'ideologia ambiental-parchista con la sua dicotomia artificiosa tra "naturale" e "antropizzato". Tutto ciò che è semi-naturale è stato, almeno a livello dell'immaginario ambientalista corrente, svalutato non corrispondendo ai canoni dei documentari televisivi sui national park del mondo. Quando le organizzazioni  ambientaliste sono costrette ad entrare nel merito di queste trasformazioni del territorionon possono indulgere al trionfalismo ma sono loro che hanno diffuso la cultura "verde" (quella dell'acritico "bosco è bello, lupo è bello").





Anche l'abbandono della montagna è un "effetto antropico", così drastico, così rapido, così esteso appare quale un fenomeno poco naturale e comunque poco suscettibile di generare riequilibri ecologici a breve


L'ambientalismo non si limita peraltro a gioire per la perdita di milioni di ettari di terreni coltivati ma cerca di pilotare a vantaggio della sua visione ambientale distorta i processi in atto. Alla dinamica vegetazionale che si instaura sulle superfici dove cessano le pratiche tradizionali si sono associati interventi di reintroduzione della fauna ungulata, poi dei grandi predatori. La miopia e la compartimentalizzazione corporativa del mondo venatorio ha assecondato queste tendenze favorendo la proliferazione del cinghiale (meno sostenibile di quella di altri ungulati quali i cervidi). La diffusione dei cinghiali ha contribuito non poco all'abbandono del territorio agrosilvopastorale e ad una caotica "rinaturalizzazione".  Nel mentre i cinghialisti celebravano i loro fasti, si sono però create le condizioni - danni a quello che rimane dei coltivi, incidenti stradali - per poter invocare, da parte ambientalista, il riequilibrio naturale con i grandi predatori. Negli auspici degli ambientalisti tutti gli ungulati dovrebbero essere "regolati" dal lupo e la caccia potrebbe, finalmente, essere abolita. Intanto, però, la sorprendentemente rapida espansione del lupo impatta sul pastoralismo e i sistemi di allevamento estensivi.

Così il quadro, dopo decenni di graduale abbandono delle pratiche agricole, pastorali, selvicolturali  è caratterizzato da:

- Una rapida espansione delle superfici a copertura arborea per la chiusura dei quadri vegetazionali "a mosaico", con presenza di erbe alte, arbusti ali e bassi, alberelli formatisi nella fase successiva all'abbandono o alla forte estensivizzazione delle pratiche agropasatorali;

- Forte aumento della biomassa nei vari strati orizzontali del profilo della vegetazione e del rischio di innesco di pericolosi incendi che non si limitano agli strati inferiori ma interessano le chime degli alberi:

- Perdita di biodiversità in relazione alla diminuzione di uccelli e insetti che trovavano condizioni di alimentazione, nidificazione, rifugio nel quadro di attività di pascolamento estensivo.


Biocenosi favorite dalle attività pastorali estensive


L'ideologia ambientalista che a denti stretti ha dovuto accettare che la diversità genetica delle specie domestiche è un valore importante continua a sottovalutare (poer ovvi motivi) la stretta relazione tra agribiodiversità e biodiversità selvatica. La zootecnia e l'agricoltura industriali tendono alla distruzione della biodiversità. Il business utilizza le razze con il massimo potenziale produttivo, la genetica individua questo potenziale e la tecnologia si incarica di gestire condizioni di allevamento, alimentazione ecc. che consentano di esprimere detto potenziale, in parole schiette di "pompare" gli animali al massimo con mangimi, farmaci, integratori. Negli Usa e in Cina le aziende di vacche da latte raggruppano decine di migliaia di capi (40 mila nell'azienda cui si riferisce l'azienda cinese della foto sotto). I costi fissi sono elevati e per ammortizzarli servono animali molto produttivi.




Se nel mondo tutti gli allevatori seguissero l'orientamento superindustrializzato l'unica razza al mondo resterebbe la Frisona, quella con più elevate produzioni. Come illustra la foto gli allevamenti industriali sono industrie dove arriva il mangime ed escono i reflui zootecnici. Le vacche si alimentano di soja, mais e poche altre piante coltivate in condizioni di monocoltura dove i campi (spesso lontani centinaia se non migliaia di km) sono irrorati di pesticidi per non far crescere altre piante e uccidere gli insetti. In queste condizioni anche gli animali sono pochissimi, pochi gli animaletti del terreno, pochi anche i microbi. Non si parla di uccelli (non hanno né da mangiare né dove rifugiarsi). 



La grigia. Inserita nell'ecosistema di prati e pascoli della montagna alpina


Tutt'altre condizioni dove gli animali possono accedere ai pascoli o si alimentano con fieno. I pascoli sono superfici dove non si lavora il terreno, dove non si concima se non con gli escrementio lasciati sul posto dagli animali, dove non si diserba e si lascia che si insedino spontaneamente le piante.  I prati (prati-pascoli se si alterna nello stesso anno sfalcio del fieno e pascolo) non sono lavorati (possono essere "rotti" ogni qualche decina di anni o meno per seminare patate o eseguire altre coltivazioni), sono concimati con il letame prodotto dalle vacche stesse che contiene i semi delle stesse piante affienate, non sono diserbati. Non "disturbati" i pascoli e i prati sono ricchi di fauna (macro e micro) in essi trovano habitat piccoli mammiferi, insetti, uccelli. Se lo sfruttamento è moderato (si concima ma non troppo) si osserverà anche un massimo di biodiversità botanica che significa che in un solo metro quadro possiamo trovare decine di piante diverse. Uno sfruttamento troppo intenso o, al contrario, troppo poco intenso riducono la biodiversità e rompono una situazione di equilibrio per portare in un senso e nell'altro al degrado. Se lascio brucare troppo, se taglio troppo frequentemente  resistono solo le piante di bassa taglia che hanno organi di riproduzione vegetativa a livello del terreno e che amano ricevere molta luce e l'ariaasciutta; il suolo resta poco protetto da residui pagliosi delle piante a fine ciclo e può innescarsi erosione e/o sviluppo di piante spinose in grado di difendersi efficacemente dal morso animale. Se bruco poco e taglio poco favorisco le piante di alta taglia che sopportano la mancanza di forte luce, che lasciano al suolo più biomassa lignificata, che favoriscono un ambiente al suolo umido e buio adatto all'instaurazione di piante legnose (prima piccoli arbusti, poi grandi arbusti, poi alberelli). In un caso e nell'altro poche piante specializzate resistono ad un eccesso di sfruttamento o a uno sfruttamento minimo. Con uno sfruttamento medio si favorisce un gran numero di specie e il prato/pascolo sarà ricco di diversità ma anche di colori e di fioriture e quindi di insetti impollinatori (comprese sgargianti farfalle) attratti dai fiori ma di fitofagi attratti dalla varietà di menù. Gli insetti attraggono i loro predatori  e così via.


Crepis aurea. Habitat Pascoli mesofili microtermi


I prati e i pascoli hanno un altro grande vantaggio dal punto di vista ecologico: sono spesso alternati a boschetti, zone umide, rocce, in forza stessa delle caratteristiche morfologiche variegate dei versanti. In generale dove il terreno è in pendenza e la pendenza non è uniforme è naturale che, in funzione dell'esposizione al sole e del drenaggio, si creino ambienti più o meno umidi. L'uomo montanaro ha saputo valorizzare la "vocazione" delle superfici lasciando il bosco qui e coltivando prati e campi la. La grande parcellizzazione delle proprietà (legata all'esigenza di distribuire in diverse località i campi per ridurre i rischi - spesso molto localizzati - legati alla caduta della grandine, di una tromba d'aria o di altre avversità) con l'abbandono ha creato una situazione a patchwork con fazzoletti coltivati e altri no. Qui erba alta, la un prato ben tagliato. Questo effetto non si osserva sui pascoli che, in genere sono superfici di decine e decine, se non di centinaia, di ettari. Qui, però, giocano altri fattori. Un tempo "mangiati" sino all'ultimo ciuffo d'erba in modo uniforme (non per colpa dei montanari ma di rotture di equilibri eco-economici provocate dalla realtà politica ed economica esterna alla società contadina locale) i pascoli montani sono graduelmente stati oggetto di un minor utilizzo (a causa del minor numero di animali allevati e della tendenza a non monticare il bestiame da latte che anche in montagna, in anni recenti, è stato "pompato" a mangimi). Nello stesso pascolo, nello stesso alpeggio lo sfruttamento si è gradualmente limitato alle aree più facilmente gestibili (specie se si pratica ancora la mungitura) trascurando quelle più periferiche e declivi.  Per un certo numero di anni questa situazione favorisce un "mosaico" di  superfici che, a breve distanza le une dalle altre, possono essere "rasate", pascolate in modo "leggero" o del tutto trascurate.  

Se, come visto precedentemente, se su un determinato prato o pascolo la biodiversità è massimizzata da un grado di utilizzo medio, nell'insieme di superfici "mosaicizzate" è un grado medio-basso che garantisce la massimizzazione della biodiversità (numero di specie botaniche, insetti ecc.) per unità di superficie (a questo punto il saggio su superfici di un metro quadrato non ci serve più e ci serviranno dei transetti di decine di metri). Perché il "mosaico" è un paradiso di biodiversità? Per due motivi: vi sono tanti tipi di patch (piccole aree a erba bassa, a erba alta, a cespuglietti, che poi sono le ericacee, a cespugli, ad arusti alti, più arbusti isolati in mezzo all'erba bassa (un ginepro, una rosa canina). Non solo ma all'interfaccia tra le dette superfici c'è un "orlo" una sottile fascia di transisizione caratterizzata da specie  particolari. Si potrebbe proseguire con le specie erbacee che trovano il loro habitat all'ombra dei cespugli ecc.



Quando si dice che tutto ciò resta in equilibrio con un grado medio-basso di pascolamento significa che in pochissime stagioni con una intensità di pascolamento bassa tendente al nulla (come avviene troppo spesso - ci torneremo oltre - con le misure attualmente in essere che impegnano enormi risorse finanziarie).  La vegetazione è in stato altamente dinamico, in 2-3  anni un pascolo cambia faccia, sia in bene che in male. Gli isolotti a erba bassa (graminaceae a basso portamento dalle lamine sottile e succulente) che ancora richiamano i bovini si chiudono rapidamente ("conquistati" dai cespi in espansione di graminacee ad alto portamento e pertanto con i culmi molto lignificati e rifiutate dal bestiame). Niente pascolo bovino, niente fatte, meno fertilità, meno graminacee, condizioni più favorevoli alla germinazioine di semi di piante legnose.  La progressione vegetazionale può essere rapida o lenta in funzione di vari fattoir stazionali (altitudine, esposizione, ricchezza del terreno) ma una cosa è certa: il "paradiso della biodiversità" che è subentrato al crollo di utilizzo della montagna negli anni Settanta è ormai da archiviare. La forte contrazione della tipica avifauna alpina è lì a testimoniarlo e presto, anche per la fauna ungulata - che sta ancora approfittato dell'aumento delle superfici a copertura forestale, arriverà una caduta verticale di disponibilità trofiche quando le suddette formazioni acquisiranno una struttura più chiusa (senza piante erbacee e piccoli arbusti nel sottobosco). 



I colori autunnali aiutano ad apprezzare meglio la varietà di copertura di questo lariceto dove sono ancora presenti isolotti a copertura erbacea e dove lo sviluppo lineare dell'orlo vegetazionale è massimo. Ma questo stadio che rappresneta un habitat ideoale per i tetraonidi è transitorio e prelude a una omogeneizzazione delle superfici


Un fatto che i naturalisti di ogni sfaccettatura non possono ignorare. E come si concilierà la curva di crescita del lupo, ancora forte nei prossimi anni con una dinamica di declino degli ungulati? Non c'è bisogno di grandi studi specialistici per capire che il capriolo in primavera, prima dell'emissione delle gemme arboree riesce a superare la crisi di fine inverno (esaurimento riserve adipose) brucando i primi ricacci delle radure e degli orli forestali. Quanto al cervo  sanno bene i contadini "alleggeriti" dei loro raccolti di fieno quanta erba  consuma.  E quando non ci saranno più  contadini, prati, radure cosa si farà? Andranno i fan urbani del lupo a tagliare cespugli o pagheranno qualcuno di tasca loro per farlo al loro posto?  Queste prospettive, per quanto possano sembrare alquanto bizzarre, paiono le uniche atte a prevenire un crollo di biodiversità, un impoverimento di specie animali e vegetali senza precedenti.

Così come gli habitat del periodo storico successivo all'abbandono (parliamo di decenni, mezzo secolo e, a volte, più) hanno goduto di un aumento di biodiversità tanto significativo quanto transitorio e "drogato" (dopo tutto anche l'abbandono è un "influsso antropico"), così il periodo storico successivo alla chiusura (in atto) delle formazioni boschive sarà caratterizzato da una crisi che determionerà l'estinzione di molte specie. Vero è che dopo molti decenni sarà raggiunto un nuovo equilibrio, ma in questi processi non esistono automatismi, non è certo né prevedibile il percorso di raggiungimento di un climax (un altro di quei concetti come il "vertice della piramide alimentare" che in natura non sono così univoci come nelle semplificazioni teoriche dei naturalisti). Dal momento che altri tipi di "influenze antropiche" continueranno a "interferire" nel processo di riequilibrio si deve prevedere che questo non sarà indolore. A parte la perdita irreversibili di specie l'equilibrio potrebbe non essere raggiunto o potrebbe essere raggiunto solo in tempi lunghissimi a causa di fattori quali l'insorgenza di avversità biotiche e abiotiche a danno della vegetazione, di epidemie nelle popolazioni animali, di incendi e di frane. Una cosa possiamo prevedere già ora, dal momento che vediamo i forti scompensi nella struttura e nella dinamica di popolazione provocati dalla reintroduzione del lupo sulle popolazioni di ungulati selvatici: la capacità degli ungulati selvatici di mantenere (in presenza dell'abbandono delle attività pastorali) spazi aperti nell'ambito delle formazioni forestrali e superfici "a mosaico" ai loro margini sarà compromessa da fluttuazioni demografiche e da un effetto che il meccanicismo dei modelli di predazione dei lupologi non tiene abbastanza in considerazione: la paura.


Lezioni da Yellowstone

Il comportamento dei cervidi in presenza del lupo è fortemente modificato e ciò non è privo di conseguenze per l'ecosistema in cui essi sono inseriti come consumatori erbivori. 



Per paura del lupo i cervidi evitano gli spazi aperti dove sono più vulnerabili all'attacco o, se li frequantano, lo fanno per tempi minori, in ogni caso pascolando meno, asportando meno biomassa. Da questo punto di vista il partito del lupo si danneggia con le proprie mani quando strombazza i risultati degli studi sul riequilibrio della vegetazione nel Yellowstone National Park, USA seguito alla reintroduzione (venticinque anni da) del lupo. 

Il sovrapascolamento da parte dei cervi, la cui popolazione in assenza del lupo (eliminato negli anni Venti del Novecento) era troppo cresciuta e aveva radicalmente modificato la vegetazione: i boschetti di pioppi e salici erano spariti e con essi gli uccelli. In realtà non si dice che i cervi erano predati anche dall'uomo: dai nativi e dai colòni bianchi poveri che li cacciavano per la carne e la pelle.Tolti di mezzo tutti i cacciatori le popolazioni di cervo esplosero.

Quello che più conta (vedremo subito il perché) è che i castori erano rimasti senza cibo e materiale di costruzione delle dighe. La paura del lupo, oltre che la predazione in quanto tale hanno ridotto la pressione dei cervi sulla vegetazione e gli alberi sono tornati. Ma per la salvaguardia della biodiversità alpina c'è proprio bisogno che i cervi tengano aperte le radure e mantengano gli orli boschivi. La lezione di Yellowstone, però, ci racconta anche dell'altro: il lupo non è quello che l'ideologia ambientalista ci vuol far credere. Non esiste la magia, la bacchetta magica  Tom Hobbs, professore di ecologia dell'Università del Colorado ed esperto di Yellowstone ha commentato la vicenda del lupo You put the predator back, that’s great, but conditions have changed so much in the intervening decades that putting the predator back is not enough to restore the ecosystem. E aggiunge:  This idea that wolves have caused rapid and widespread restoration of the ecosystem is just bunk. It’s just absolutely a fairytale. (5) 



Aldo Leopold, conservazionista e cacciatore


La reintroduzione del lupo a Yellowstone ci insegna  che in ecologia il fattore tempo non può essere dimenticato. Solo la lupomania più becera può far credere che reimmettendo il predatore dopo un secolo, un ecosistema ritorni per incanto quello di prima. Va richiamato il fatto che Yellowstone rappresenta una realtà emblematica per il conservazionismo ideologico e la lupofilia organizzata (più o meno fornitasi di mascherature scientifiche). Infatti fu lo stesso Aldo Leopold (1887–1948), padre fondatore del conservazionismo, creatore della prima area wilderness, ad auspira, sin dal 1944, la reintroduzione artificale del lupo a Yellowstone. A lui si deve l'idea misticheggiante dell'equilibrio da ristabilire, idea che poi, nel tempo, la componente accademica del movimento conservazionista ha cercato di fondare su basi scientifiche. Leopold valutava la necessità della reintroduzione del lupo dove si era estinto sulla base delle pesanti conseguenze del sovrapascolamento da parte degli popolazioni di erbivori selvatici nelle condizioni del west americano. La maggior parte delWyoming (lo stato di Yellowstone), classico stato di "cow boy" è caratterizzato da aree desertiche e semi-desertiche dal momento che la piovosità media è tra i 300 e i 400 mm di pioggia (Yellowstone consiste in altipiani a 2400 m di altitudine media e gode quindi di piovosità molto più elevata). Buona parte del west  è quindi in condizioni di estrema fragilità ambientale  ed è di fronte al degrado ambientale causato dalla fauna erbivora domestica e selvatica in questo contesto che Leopold ha sviluppato il suo concetto del "lupo salvatore". 

Oggi vi è una discussione ancora aperta sul ruolo del lupo nel ristabilire migliori condizioni ecologiche a Yellowstone (il trionfalismo dei lupofili è contestato da altri studiosi) ma nel 1997, due anni dopo che il primo lupo era stato lanciato a Yellowstone le argomentazioni di una sostenitrice della reintroduzione non lasciano molti dubbi sulla impossibilità di separare motivi scientifici, ideologici, politici  nelle motivazioni dei due opposti campi:quello conservazionista e quello che si oppone alla reintroduzione . Con la differenza che il conservazionismo si fa forte di argomentazioni scientifiche o presunte tali mentre chi si oppone alla reintroduzione, oltre ad argomenti scientifici non rinuncia ad avanzare con franchezza i motivi sociali ed economici a giustificazione della posizione sostenuta. In un intervento a un seminario all'Università della California (6) dal titolo Why we need wolves in Yellowstone [Perché sono necessari i lupi a Yellowstone] Christine Hager, utilizzando argomentazioni utilizzate ancora ai nostri giorni e dalle nostre parti, sosteneva con fare sprezzante a proposito degli oppositori del progetto:  what is their reasoning behind this idea? Mostly fear and ignorance. L'argomento degli oppositori semplicemente non esiste perché secondo i conservazionisti le uniche argomentazioni razionali sono le loro. Chi si oppone lo fa per paura e ignoranza. Un atteggiamento diventato famigliare oggi non solo riguardo ai dibattiti in materia ambientale. Tutte le volte che i tecnocrati e l'elite vengono contestati e sorge una forma di opposizione popolare, specie quando si tratta di immigrazione, reagiscono attribuendola alla paura irrazionale e all'ignoranza del "popolino". Quanto poi al fatto che la "necessità" del lupo (e degli altri grandi predatori) venga fatta discendere non da condizioni ecologiche concrete ma da "idee generali" lo rivela un'altra asserzione della conservazionista: What cattle and sheep do to the environment is far worse than any wolf invasion could ever do. Dove, quando?  Secondo un copione che prosegue da decenni in quella perorazione a favore dei lupi di Yellowstone la Hager per sostenere la bontà (a priori) della reintroduzione citava uno dei soliti "dogmi" della lupologia Almost every single kill examined from Minnesota through Idaho has shown the dead animal to have been either young, old, ill, or injured. Quante volte lo ripetono i predicatori della causa del lupo: uccide solo animali deboli, malati, giovani, vecchi, feriti. Ovvero fa opera di miglioramento della popolazione, contiene le malattie, elimina animali inutili (i vecchi) o le troppe bocche da sfamare (i giovani). Non è così o non è sempre così. Ma va fatto credere che sia così. Non si deve riconoscere che l'ideologia conservazionista vuole il lupo perché gli piace, perché eccita la fantasia, emoziona e crea autoidentificazione (non a caso i lupologi, in apparente contraddizione con argomentazioni pretese razionali e autosufficienti, non mancano mai di sottolineare l'importanza delle dimensione mitica del lupo).


Una diga di castori a Yellowstone


Cosa è successo a Yellowstone? La vegetazione di salici (Salix bebbiana, S. boothii, S. lutea, e S. geyeriana) e pioppi (Populus tremuloides) dipende dalla presenza dell'acqua. La ripresa della vegetazione (cresciuta di taglia, estensione) a causa della diminuzione dei cervi è avvenuta dove vi erano ancora ruscelli. Nelle zone, invece, dove i castori erano scomparsi (non trovando abbastanza cibo e materiale da costruzione delle dighe) il sistema idraulico garantito dai castori (laghetti, ruscelli) è venuto meno e i ruscelli hanno cessato di scorrere. In alcuni siti, lentamente, i castori torneranno, in altri no, lupi o non lupi. Perché è passato troppo tempo e le modificazioni sono diventate irreversibili.

La visione meccanicistica della scienza conservazionista, che forse non ha ancora imparato la lezione della fisica quantistica che ha indotto le scienze in generale a tenere in considerazione l'elemento probabilistico, le possibilità multiple, gli equilibri instabili, non funziona. Il conservazionismo solo timidamente inivia ad essere consapevole dell'incertezza della realtà ecosociale con cui si trova a operare nonostante il principio sia ormai riconosciuto   (7).  I modelli semplici si prestano (troppo) bene a sostenere l'ideologia conservazionista. Ma a parte queste considerazioni sulla reversibilità e irreversibilità dei processi ecologici a Yellowstone la favola del lupo che "restaura" un magnifico ecosistema è stata messa in discussione anche dai ricercatori che hanno studiato l'impatto della prodazione del grizzly sui giovani cervi. La diminuzione della popolazione dei cervi (con i suoi effetti a cascata sulla biocenosio) è dovuta anche all'orso che si è trovato da vent'anni a questa parte, a disporre di un minor quantitativo di trote. È successo che, ai tempi della reintroduzione del lupo, sono stati anche ripopolati degli specchi d'acqua con le trote perché la popolazione autoctona era stata falcidiata da malattie. Ma queste trote, a differenza di quelle che popolavano in precedenza le acque hanno manifestato un comportamento diverso, preferendo come habitat le acque profonde, dove gli orsi non possono predarle. Così hanno dovuto modificare la dieta: meno pesce e più carne di cervo. Si tratta di un non raro caso di interferenza umana nei "sacri parchi" dove, nel tempo, si sono succeduti interventi di "correzione" e iniziative (strade, alpberghi, aree di sosta e panoramiche) attuate per facilitare il turismo e attrarre il dio dollaro.

A seguito di tutto ciò la bioviversità nei parchi è spesso diminuita e si sono perse molte specie. Ma questo si preferisce non dirlo. Si potrebbe concludere che i "pigri" nativi avrebbero difeso molto meglio la "terra ricca di doni" di Orso in piedi. Così come potrebbero fare anche oggi molti popoli tribali scacciati dalle loro sedi native dagli squadroni armati finanziati dai conservazionisti. La lezione di Yellowston, con i suoi nessi imprevisti tra trote e cervi, oltre a insegnare una maggiore prudenza ai lupologi che hanno utilizzato e utilizzano al massimo a fini propagandistici il caso Yellowstone, ci dice che anche in un grande National Park le "interferenze umane" sono, al di là di errori, difficilmente evitabili.

In generale il conservazionismo si rende conto che i nessi tra sistemi naturali e umane sono inestricabili (8) e che ogni intervento porta a conseguenze non  prevedibili. Se pensiamo ai nostri National Park, che sono degli orticelli in confronto di quelli americani, con la speculazione edilizia ai confini, la frequantazione turistica, le attività antropiche tradizionali (penalizzate e vincolate ma non eliminate come è successo solo nel parco svizzero confinante con lo Stelvio), ci rendiamo conto della complessità delle influenze in gioco e della presunzione dei lupologi che "giocano a Dio". Se pensiamo ai nostri territori alpini segmentati dalle autostrade e dalle ferrovie, e da tante altre barriere ecologiche viene da chiedersi se il "gioco" del riequilibrio tra prede erbivore e territorio possa veramente realizzarsi grazie alla rentroduzione del predatore animale o se, in relazione alla maggiore mobilità mdi quesat'ultimo rispetto alle prede erbivore queste ultime non possano localmente soccombere per un declino demografico e una diminuzione in terminia assoluti dello stock non compatibile con la vitalità della popolazione. La miracolosa azione del lupo sugli equilibri ecologici potrebbe essere considerata presunzione ingenua, se non sapessimo - anche sulla bse dei precedenti conservazionisti in Europa e nel modo che i nostri lupologi, i "signori del lupo" sono in perfetta cattiva fede e non nascondono (loro o comunque i loro sponsor) scopi inconfessabili, ben diversi da quelli buonisti dichiarati. Nemmeno poi peregrini se si pensa che ne mondo le aree protette sono "casualmente" ricche di minerali, uranio, petrolio, acqua, diamanti, legno pregiato, piante con proprietà farmaceutiche ecc.. 


Le formazioni vegetali "antropogeniche" sono considerate tra gli habitat prioritari di tutela (ma va?)


La capacità di catalizzare l'attenzione del dibattito ecologico sul lupo (e in minor misura dagli altri grandi carnivori) è frutto della forza lobbystica del partito del lupo e della sua forte organizzazione a livello internazionale ma anche del favore dei grandi interessi economico-finanziari (come testimonia la sempre pronta disponibilità dei giornaloni, dei media della finanza a dare spazio alle tesi pro lupo). Grazie a questa egemonia nel dibattito pubblico il partito del lupo riesce a far dimenticare che la politica di protezione dell'ambiente è rivolta anche agli habitat seminaturali. La famosa Direttiva Habitat (92/43/Cee del Consiglio del 21 maggio 1992), che pastori e allevatori associano alla super-protezione del lupo è relativa alla conservazione degli habitat naturali e seminaturali e della flora e della fauna selvatiche. A tutela della fauna selvativa vi è anche la Direttiva Uccelli (79/409/Cee del Consiglio, del 2 aprile 1979) relativa alla conservazione degli uccelli selvatici. Torneremo più avanti sugli uccelli. Ora ci preme sottolineare come la Direttiva Habitat indichi come la conservazione di determinati habitat sia considerata prioritaria. Se, grazie a un falso ideologico per il quale il lupo viene surettiziamente considerato ancora "specie a rischio", la conservazione del canide è prioritaria, va anche detto che è prioritaria anche la conservazione di alcune importanti e diffuse formazioni erbacee seminaturali a pascolo e prato-pascolo che la diffusione del lupo minaccia di far regredire. L'elenco degli habitat protetti è contenuto nell'Allegato I della Direttiva Habitat. Sono considerati 9 categorie di habitat in base alla vegetazione. Tre categorie sono di nostro interesse.


Habitat protetti e prioritari Direttiva Habitat - Natura 2000 (in grassetto gli habitat prioritari)

Categoria
Tipo di habitat
4 Lande e arbusteti temperati
4070  Boscaglie di Pinus mugo e Rhododendron hirsutum (Mugo-Rhododendretum hirsuti)
5. Macchie e boscaglie di slerofille 5130 Formazioni a Juniperus communis su lande o prati calcicoli
6. Formazioni erbose naturali e seminaturali 6170 Formazioni erbose calcicole alpine e subalpine;
6230  Formazioni erbose a Nardus, ricche di specie, su substrato siliceo delle zone montane;
6210 Formazioni erbose secche seminaturali e facies coperte da cespugli su substrato calcareo (Festuco- Brometalia) ( stupenda fioritura di orchidee);
6240* Formazioni erbose sub-pannoniche [clima contintale, es. alta Valtellina, val Venosta]
6410 Praterie con Molinia su terreni calcarei, torbosi o argilloso-limosi (Molinion caeruleae);
6510 Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis)
6520 Praterie montane da fieno

Proposta di ulteriore habitat: pascoli montani mesofilo subalpini del Poion alpinae




6510 Praterie magre da fieno a bassa altitudine (Alopecurus pratensis, Sanguisorba officinalis)


I codici legati agli habitat sono quelle della rete Natura 2000 istituita con la Direttiva Habitat e la Direttiva Uccelli. a rete Natura 2000 è costituita dai Siti di Interesse Comunitario (SIC), identificati dagli Stati Membri secondo quanto stabilito dalla Direttiva Habitat, che vengono successivamente designati quali Zone Speciali di Conservazione (ZSC), e comprende anche le Zone di Protezione Speciale (ZPS) istituite ai sensi della Direttiva Uccelli concernente la conservazione degli uccelli selvatici. La rete, che comprende il 20% del territorio terrestre dell'Unione europea, è stata concepita in omaggio al criterio che le specie di particolare valore ecologico e/o a rischio di estinzione possono essere conservate sono nel contesto di habitat.  




La Direttiva Habitat intendeva garantire la protezione della natura tenendo anche conto delle esigenze economiche, sociali e culturali, nonché delle particolarità regionali e locali (Art. 2). La Direttiva riconosce il valore di tutte quelle aree nelle quali la secolare presenza dell'uomo e delle sue attività tradizionali ha permesso il mantenimento di un equilibrio tra attività antropiche e natura. Alle aree agricole, per esempio, sono legate numerose specie animali e vegetali ormai rare e minacciate per la cui sopravvivenza è necessaria la prosecuzione e la valorizzazione delle attività tradizionali, come il pascolo o l'agricoltura non intensiva. Nello stesso titolo della Direttiva viene specificato l'obiettivo di conservare non solo gli habitat naturali ma anche quelli seminaturali (come le aree ad agricoltura tradizionale, i boschi utilizzati, i pascoli, ecc.). Tutti ciò sembrerebbe poter fornire un contrappeso al naturalismo hard che mira alla cessazione delle attività tradizionali e alla "rinaturalizzazione". In realtà le cose non stanno per nulla così: i siti Natura 2000 hanno assunto il carattere di "aree protette" dove l'attività antropica tradizionale (sfalcio, pascolo), è localmente sottoposta a restrizioni e vincoli (epoche, superfici, carichi) da parte di una tecnoburocrazia "naturalistica" che mal digerisce l'idea ecologica che formazioni di origine antropica "secondarie" possano assumere valore naturalistico.



6230 Pascoli a Nardus stricta


L'idea di questi tecnoburocrati "naturalisti" è che "meno si pascola, meno si disturba più si naturalizza". Ma porre ulteriori restrizioni a forme di utilizzo che sono già molto estensive (altrimenti non continuerebbe l'avanzata dei boschi) significa decretare che lo status quo deve evolversi verso qualcosa di "più naturale". Così lo spirito di Natura 2000 è stato tradito (almeno in Italia). Così gli habitat prioritari sono protetti solo sulla carta. Un tradimento facilitato dalla procedura introdotta dalla Direttiva Habitat stessa che prevede la Valutazione d'incidenza, ovvero il procedimento di carattere preventivo, condito di firme di tecnici abilitati al quale è necessario sottoporre qualsiasi intervento che possa avere incidenze significative su un sito o proposto sito della rete Natura 2000. In regione Lombardia, per fortuna, per interventi minori è possibile, compilando apposita modulistica di screening predisposta dagli enti gestori, evitare l'oneroso Studio di indicenza  Anche queste procedure, in ogni caso, appaiono come un modo per rendere inefficace uno strumento che sulla carta dovrebbe tutelare il secolare equilibrio antropico finisce per spingere per il rewilding. 



L'avifauna tipica montana: l'evidente presenza di stretti legami ecologici con il pastoralismo


Quando i naturalisti sostengono che un prato, un pascolo hanno "scarso valore naturalistico" (a meno che non vi siano orchidee e altri fiori  "pregiati") dimostrano di avere della "naturalità" un'idea preconcetta, ideologica, che non riguarda la ricchezza di specie presenti, di nessi ecologici, le caratteristiche di resilienza ma che opera sulla base di una svalutazione aprioristica per tutto ciò che può comportare utilità per l'uomo e che reca una sua impronta. Poco importa se è una impronta virtuosa e leggera o devastatrice, se l'influenza antropica è di tipo simbiontico o predatorio. L'uomo "contamina" la pretesa purezza verginale della natura. C'è materia per lo studio degli archetipi e dei miti primordiali ma come posizione "scientifica" fa acqua da tutte le parti. Peccato che rappresenti ancora la visione dominante tra gli addetti ai lavori. Chio si occupa di avifauna dovrebbe aver però ben chiaro che, nel bene e nel male, la ricchezza ornitica di un territorio è legata ai suoi sistemi agricoli: un sistema agroindustriale decima le specie presenti (che spesso si riducono ai corvidi uccelli opportunisti: cornacchia grigia, gazza ladra). Viceversa sistemi agricoli tradizionali  favoriscono la presenza di moltissime specie, molte più dei boschi. Un semplice schema di ripartizione dell'habita delle specie di uccelli europei aiuta a comprendere il concetto dell'alleanza tra avifauna e agricoltura contadina.


Tabella. Distribuzione dell'avifauna terricola europea per tipo di habitat

Habitat
Nidificazione
Alimentazione
suolo nudo
18
40
prateria (bassa)
62
57
prateria (alta)
81
47
brughiera
20
12
foresta
76
30
Totale
257
186


Solo il 29% delle specie dell'avifauna nidifica in ambiente forestale e ancor meno, 16%, si alimenta in questo habitat. Se l'Europa si rinaturalizzasse, tornando ad essere un'unica estesissima foresta interrotta da cime rocciose, dune, letti sabbiosi fluviali, e poche altre nicchie dove il suolo, per qualche ragione, non è coperto di vegetazione boschiva, buona parte dell'avifauna scomparirebbe. Se poi guardiamo alla situazione italiana scopriamo che molte delle specie di uccelli a rischio di estinzione vivevano in simbiosi con il pastoralismo e l'agropastoralismo.



L'avifauna particolarmente protetta che stiamo perdendo


Specie particolarmente protette dalla Direttiva Uccelli (Direttiva n. 79/409/CEE relativa alla conservazione degli uccelli selvatici) condizionate negativamente dall'abbandono delle pratiche agropastorali tradizionali. La maggior parte delle altre specie della "lista rossa" appartengono all'avifauna legata alle aree umide. Mentre per la maggior parte delle specie non è in gioco la conservazione globale, nel caso della Coturnice, presente in Italia con tre varietà, oltre a quella comune al resto dell'areale (Balcani), vi è la Alectoris graeca saxatilis, la Cotutnice alpina, presente solo sull'arco alpino e la Coturnice siciliana Alectoris graeca whitakari, presente solo in Sicilia. Con la crisi della specie sono state operare delle reintroduzioni, spesso con soggetti ibridi o della specie lla specie orientale Alectoris chukar. Tali reintroduzioni   provocano erosione genetica isolamento genetico e conseguente aumento di consanguineità e perdità di fitness. La situazione è quindi molto critica e la caccia è stata chiusa o severamente limitata quasi ovunque. Peraltro la diminuzione continua anche dove la caccia è chiusa perché le minacce principali sono rappresentate dalla modificazione degli habitat e, in secondo luogo, dall'aumento dei predatori (volpi, cinghiali) e dai cani vaganti. La Lipu (9) chiede la chiusura generalizzata della caccia concentrandosi su un tema di facile presa ma non si vedono campagne a favore della Coturnice come quelle, per esempio per il Cavaliere d'Italia, specie simbolo. Paradossalmente la Lipu si preoccupa più del lupo (vedi la campagna a favore dei cuccioli nati in una riserva Lipu presso Roma e qualla - luglio 2018 - contro le provincie di Trento e Bolzano in tema di controllo del canide). Ciò, nonostante che il lupo, contribuendo alla crisi del pastoralismo tradizionale, aggravi la situazione della Coturnice e della altre specie che richiedono protezione dell'habitat per sopravvivere.



Fagiano di monte
Tetrao tetrix

Ordine:
Galliformes
Famiglia
Tetraonidae
A forte rischio sulle Alpi e in Europa occidentale (UK, Germania, Boemia). Non a rischio globalmente (grande popolazione di decine di milioni di esemplari in Scandinavia, Russia)
Predilige ambienti "a mosaico" con alternanza di erbe alte e bassi, ericacee e arbusti di maggiore taglia. La differenziazione dipende dalle esigenze nutrizionali dei pulcini (insetti legati al pascolo e all'erna bassa) degli stessi adulti (erba bassa e sottile), da quelle di nidificazione (arbusti alti) e di rito d'accoppiamento (radure).

Coturnice
Alectoris graeca
Ordine
Galliformes
Famiglia
Fasanidae
Presente sull'arco alpino, Appennino centrale e meridionale, Sicilia. La popolazione europea è stimata in 41.000-54.000 coppie in gran parte concentrate in Italia e Croazia; in particolare l’Italia è la nazione con la popolazione più cospicua con stimate 12 mila coppie.
Per secoli in simbiosi con agricoltori e pastori, resiste sulle montagne italiane in quel che resta del proprio habitat originario.  i pulcini vengono alimentati prevalentemente con gemme, bacche, germogli  oltre a insetti e larve. La specie che più direttamente ha sofferto della regressione delle tradizionali pratiche di pascolo estensivo.e l'aumento dei predatori

Gallo cedrone
Tetrao urogallus
Ordine
Galliformes
Famiglia
Tertaonidae
Estinto sulle Alpi occidentali sta sparendo in Lombardia. Anche il suo areale globale (Nord Eurasia) è in diminuzione. Vulnerabile a libello globale
Legato alla foresta ha comun que bisogno di aree ricche di cespugli e bassi arbusti con bacche. Necessita  di radure per la parata amorosa. Uccello di grande mole e pesante necessita di "piste di decollo" scoperte dalla vegetazione.  Se l'adulto è in grado anche di nutrirsi con  aghi di abete i pulcini dipendono dall'alimentazione insettivora. La chiusura della foresta per l'abbandono delle pratiche selvicolturali e cessazione del pascolo in bosco e ai margini sottrae habitat alla specie.

Francolino di monte
Galliformes
Tetraonidae
In estinzione sulle Alpi. Non in pericolo a livello globale (tutta l'eurasia settentrionale sino al Giappone)
Lo si incontra di solito a quote altimetriche comprese tra i 700 e i 1.500 m.  uccello diurno, particolarmente legato alla presenza di radure erbose nelle quali procurarsi il cibo. Legumi, frutti del sottobosco (fragoline, mirtilli, bacche in genere): questo il “menu” tipico del Francolino di monte, mentre i pulcini non ancora in grado di volare si nutrono anche di insetti e piccoli lombrichi.

Gracchio corallino
ordine
Passeriformes
famiglia
Corvidae
Zone montagnose in Europa, Asia e Agrica. A livello globale prossima ad essere minacciata e in declino
Parte fondamentale della sua dieta sono i grandi insetti, particolarmente abbondanti tra gli escrementi del bestiame al pascolo.

Succiacapre
Ordine
Caprimulgiformes
Famiglia  Caprimulgidae
Europa, Africa Nord-Occidentale, Asia centrale, l'India nord-occidentale. Non a rischio
Deve il proprio nome ai pastori i quali, vedendolo posato in mezzo al gregge – intento a cacciare i numerosi insetti che circondano gli escrementi – credevano che succhiasse il latte delle capre.

Re di quaglie
Crex crex
Ordine
Gruiformes
Famiglia
rallidae
Africa meridionale. Eurasia. Vulnerabile a livello globale
Specie oggi poco conosciuta, eppure strettamente dipendente da un ambiente costruito dall’uomo, quello dei prati-pascoli da cui si ricava il fieno per il bestiame…

Tottavilla
Lullula arborea

Ordine
Passeriformes
Famiglia
Alauides
Eurasia, Agria, non a rischio a livello glovale
Legata, come altri Passeriformi, agli ambienti aperti, predilige le aree coltivate in modo estensivo con vegetazione rada. Altro terreno ideale di nidificazione sono pascoli e praterie, non di rado ai margini dei boschi, a quote non molto elevate. La sua dieta principale è costituita da invertebrati; per la seconda covata si sposta a quote più elevate, dove praterie e pascoli montani vengono frequentati da una miriade di farfalle e altri insetti.


Lupo e conservazione dell'avifauna tipica montana

Il lupo non è quel mitico restauratore degli equilibri naturali perduti che si vuole far credere. Le conseguenze della sua reintroduzione sull'avifauna vengono taciute ma sono prevedibili. Si è già detto che moltio habitat montano sono in una situazione critica: dopo decenni di aumento della biodiversità come conseguenza della prima fase dell'abbandono delle pratiche pastorali, si profila ora una seconda fase che comporta la chiusura degli spazi aperti all'interno e ai margini dei complessi forestali. Per i tetraonidi alpini, inserito tra le specie a rischio di estinzione la situazione precipita: quando la vegetazione arbustiva diventa densa ed uniforme su vaste superfici, l’ambiente perde rapidamente la sua vocazionalità come habitat per l’allevamento delle nidiate.


Quando il rodoreto (associazione a prevalenza di rododendro ferrugineum o hirsutum) diventa un intreccio inestricabile di rami, che rende impossibile qualsiasi movimento da parte dei pulcini. Diminuendo il carico di bestiame diminuiscono gli escrementi e con questi le larve e gli insetti necessari per l'alimentazione dei pulcini. Diminuendo i piccoli arbusti (mirtillo nero, rosso e di palude, i lamponi), diminuendo l'erba facilmente digeribile vengono meno anche le basi dell'alimentazione degli adulti.



Gli alpeggi abbandonati hanno conosciuto una rapida ricolonizzazione di specie arbustive e arboree, creando quadri vegetazionali e fisiognomici molto articolati e quindi habitat potenziali pregiati per l'avifauna. Ma l'ulteriore progressione vegetazionale porterà ad un crollo di biodiversità se non contrastata

Il lupo modifica profondamente le tecniche pastorali tradizionali. I piccoli greggi che, specie ai margini superiori dei boschi e nella fascia degli arbusteti subalpini mantenevano aperti i "vuoti" di una trama vegetazionale a "grana fina" devono essere accorpati in grossi greggi custoditi da pastori e mute di cani che, di necessità, non possono che spostarsi su terreni più "puliti" rispetto a quelli di greggi di minori dimensioni. Il passaggio di grossi greggi, se vi sono ancora covate in atto, comporta pesanti perdite.

Gli spazi idonei per i grossi greggi si riducono ancora di più considerando che i pascoli diurni non possono essere troppo lontani dalle aree di confinamento notturno. Queste, di necessità, devono essere realizzate su superfici a pendenza moderata e con ridotta roccia affiorante per poter impiantare le recinzioni protettive che per essere efficaci non possono certo limitarsi a semplici reti da 1,5 m ma devono consistere in una doppia recinzione elettrificata o in una recinzione alta almeno 2 m. Non mancano esempi di recinzioni fisse e semifisse che costringopno gli animali, dal momento che non possono essere  realizzate se non in un punto o due al massimo dei pascoli, a lunghi trasferimenti. Le ore di pascolo diminuiscono, le ore di sosta senza alimentazione e con sovra-accumulo di deiezioni aumentano. Le aree periferiche vengono abbandonate, la concimazione si restringe a poche superfici e il processo di sviluppo delle essenze legnose viene accellerato. Oltre alle recinzioni, che aggravano i problemi di sottopascolamento localizzato, i pastori per non esporsi alla mercè dei branchi, devono dotarsi di cani da difesa. Per poter fruire dei contributi per il pascolo il pastore deve dotarsi di almeno un cane da guardia ogni 100 pecore (Piemonte). In assenza di cani quasi tutte le regioni ormai non riconoscono risarcimenti. Quanto più i cani sono numerosi e quanto più risulta difficile controllarli e impedire le loro battute di caccia, con conseguente distruzione di nidi tetraonidi e predaizoni di ungulati e piccoli mammiferi. Come se non bastasse l'esperienza del grande Nord, dove sono abbondanti sia lupi che tetraonidi ci dice che se è vero che è la volpe il principale predatore di questi uccelli anche il lupo non disdegna di variare la dieta con carne avicola. Tutto dipende dalla facilità di cattura e dalle alternative disponibili. In presenza di uccelli indeboliti da parassitosi la maggiore facilità di predazione potrebbe indurre il lupo a rivolgersi a queste prede. Solo la loro declinante e ormai modesta densità  potrebbe evitare questa contingenza.


La presenza delle coturnici e dei tetraonidi in generale, i loro voli regalano emozioni  senza pari all'escursionista  che risale i pendii montani.  Sono animali splendidi, perfettamente inseriti nel contesto di rocce, pietraie, magri pascoli e arbusti subalpini. La montagna perde molto con la loro estinzione.

Per evitare l'espansione di aree cespugliate e boschive a seguito dell’abbandono dei pascoli e delle coltivazioni, che rappresenta  una delle minacce più gravi per la sopravvivenza della Coturnice e di altri uccelli si ritiene che ilò decespugliamento delle radure e dei pascoli sia l’intervento più efficace per la conservazione della specie, nell’arco alpino e in Appennino. La parola passa, finalmente, agli agronomi. Non che prima si parlasse di qualcosa di diverso di gestione agrisolvipastorale ma biologi, conservazionisti, naturalisti, lupologi un tantino arroganti e autoreferenziali, presumono di sapere di più loro di pascolo con le pecore che gli agronomi, che i pastoralisti.  Preferiscono agire indisturbati, senza contradditorio, senza confrontarsi con altri punti di vista. Passano la palla solo quando si rendono conto che è problematico "pulire" i boschi che si chiudono senza le disprezzate capre, pecore, asini (animali umili e puzzolenti, accusati anche di trasmettere malattie alla più nobile fauna selvatica). I naturalisti sperano che con qualche mezzo meccanico, con qualche tecnologia agrimeccanica si possa intervenire sul bosco. Ma, a parte interventi localizzati, di facciata, i miglioramenti eseguiti tagliando arbusti e alberelli assomigliano all'apologo agostiniano del mare svuotato con un secchiello. Apprezzabili le ore di lavoro volontario dedicate dai cacciatori per queste operazioni in montagna (mentre gli ambientalisti stanno in ufficio e in salotto a pontificare), ma è un volontarismo che non può cambiare un quadro generale.
 Per rendersene conto basta calcolare il costo degli interventi. Intervenire per decespugliare dove non è possibile operare con mezzi meccanici (perché la pendenza e l'assenza di piste di accesso lo impedisce)  costa 3 mila € all'ettaro. Se si può integrare l'azione di un operatore con mezzi meccanici (trattrice con decespugliatore) il costo si dimezza. I costi sostenuti per (far finta) di operare miglioramenti ambientali con il pascolo estensivo sono, se calclati a superficie, di un ordine di grandezza in meno rispetto agli (assurdi) decespugliamenti meccanici a superficie ma ingenti se si pensa alle decine di migliaia di ettari interessati. Soldi buttati via ma che consentono alla "catena istituzionale" (Ue, Regione) di rivendicare azioni a favore degli habitat prioritari, della Direttiva uccelli ecc..  (tout va très bien madame la marquise...). Soldi buttati via perché si è voluto favorire consapevolmente la speculazione (buona parte delle risorse per il "miglioramento dei pascoli" va a grosse aziende di pianura) o perché si stabiliscono regole basandosi solo su condiderazioni a tavolino, senza andare a vedere sul posto cosa succede (ci devono pensare i satelliti o i carabinieri forestali, una tantum).




Questa primavera denunciavamo come in Valcamonica (vai all'articolo) venissero "appoggiati" titoli Pac su superfici completamente boscate o sassaie. Bastano 45 giorni di pascolo (Regione Lombardia) e 0,2 Uba /ha (un asinello in grado di respirare va bene- sulla carta- per 5 ha) per portare a casa il premio Pac (e l'indennità compensativa). Ma che "miglioramento ambientale" ne conseguirà? Tra l'altro con il geniale abbassamento a 45 giorni operaro da Regione Lombardia (rispetto ai 60 canonici) si consente ai furbi di mangiare due montagne e di incassare doppi premi, con il risvolto che salendo abbastanza presto per il primo turno si arriva con le schiuse dei pulcini dei galli non ancora terminate. L'inefficacia delle azioni a favore degli uccelli a rischio di estinzione va confrontata con l'efficacia delle azioni pro lupo, sostenute da una macchina da guerra ben attenta a portare a casa risultati e a conseguire i propri obiettivi. Nel campo degli habitat e degli uccelli, invece, abbiamo visto cosa succede: soldi mal finalizzati, soggetti disinteressati... mancanza di advocacy. Totale.

Il complesso del patrimonio legato alla pratica pastorale tradizionale e il suo sostegno


complesso dei valori patrimoniali (paesaggistici, biologici, ambientali e culturali) connessi al pastoralismo montano tradizionale
voce
valori rappresentati
sostegni
razze di animali domestici autoctoni a rischio di estinzione  
agribiodiversità
risorsa culturale
FEARS Sviluppo rurale (2014-2010). Contributi erogati dalle regioni . Misura 10
habitat (tra cui prioritari)
biodiversità (sia vegetale che animale);
tutela specie a rischio di estinzione.
FEARS Sviluppo rurale (2014-2020). La misura 12 è specifica per le aree Natura 2000. Misura 13 (Indennità compensativa si applica ai prati e poascoli montani) ; Premi PAC per i pascoli (titoli).
paesaggio rurale storico
risorsa culturale (insieme di aspetti naturali, manufatti, sistemazioni agrarie);
risorsa estetica;
risorsa ricreativa;
risorsa turistica.
FEARS Sviluppo rurale (2014-2020). Non esistono misure specifiche per il paesaggio. Le regioni hanno inteso perseguire la tutela del paesaggio rurale indirettamente utilizzando le misure 4, 7 e 10.
saperi connessi alle pratiche pastorali (patrimonio immateriale)
risorsa culturale
indiretti attraverso la tutela del paesaggio e dei "prodotti tipici" (in questo caso sulla carta, però, perché le premialità sono rivolte prevalentemente a prodotti agroalimentari industriali); i settori cultura delle regioni  finanziano l'inventariazione e la divulgazione del patrimonio immateriale


Lupo vs pastoralismo: interessi troppo ben tutelati da una parte, troppo male dall'altra


Quando al partito del lupo viene rinfacciata la pioggia di progetti Life pro lupo (siamo arrivati a venti) essi rispondono che la parte agricolo-pastorale riceve fiumi di denaro con i premi Pac appoggiati ai pascoli e con le misure dei PSR. In realtà, come emerge anche da indagini giudiziarie in atto, il "tesoro" della Pac, con i titoli "appoggiati" ai pascoli si traduce in inventivi per grandi aziende di pianura e speculatori "puri". A fronte dei costi per la Pac (il discorso vale anche per l'indennità compensativa erogata attraverso i PSR delle regioni) l'effetto sul pascolamento è minimo. Certo che in assenza di questi contributi vi sarebbe ancora più abbandono ma, in forza di logiche distorte e di carenza di controlli, la spesa pubblica si traduce in un servizio ambientale inefficiente. Se guardiamo alle altre misure che, almeno potenzialmente, potrebbero sostenere il pastoralismo e, nello specifico, il mantenimento di quadri ambientali e paesaggistici favorevole al mantenimento della biodiversità montana, dobbiamo constatare che i sostegni potenziali sono tutti di tipo indiretto (tranne che per l'indennità compensativa e le razze in via di estinzione). La politica agricola europea e la sua applicazione da parte delle regioni non prevede misure mirate. Le regioni sostengono di tutelare il paesaggio rurale attraverso varie misure ma, in realtà, queste misure premiano in larga misura l'azienda agricola nella sua dimensione produttiva e quello che "arriva" al paesaggio, la quota dei finanziamenti che va a bersaglio è piccola cosa.

Se poi restringiamo l'analisi alla componente più specificamente culturale del paesaggio rurale storico e, ancor più dei "saperi tradizionali" (che pure abbiamo visto tutelati sulla carta da fior di convenzioni e altri strumenti), ci rendiamo conto che l'azione si divide tra le strutture amministrative agricole e quelle culturali. Queste ultime promuovono la conoscenza, l'inventariazione, la divulgazione dei "saperi tradizionali agricoli" ma non possono sostenere le pratiche in essere, le pratiche vive. Non è loro compito. Ma questa scissione è deleteria. In conclusione l'azione di sostegno al pastoralismo e ai quadri ambientali nei quali si attua è inefficacie a causa del carattere non mirato e non coordinato dei sostegni previsti che, troppo spesso, sono solo di carattere indiretto. Troppo deboli, slegati e lontani tra loro sono anche gli attori sociali che dovrebbero svolgere azione di stimolo nei confronti delle istituzioni al fine di ottenere sostegni più mirati, specifici e coordinati. Non è certo interesse delle grandi organizzazioni agricole nazionali perorare la causa di una diversa e più mirata allocazione di risorse. Il fatto che moltre misure "agroambientali", anche specifiche per la montagna e i pascoli  si traducano in premialità per i grossi imprenditori agricoli di pianura ovviamente sta bene alle OOPPAA.

Da parte loro le sparute associazioni di tipo culturale e ambientalista che promuovono la causa del pastoralismo, degli alpeggi, delle razze autoctone sono frammentate, con poca capacità di ascolto presso le istituzioni pubbliche, le università. Sono anche collegate in modo poco organico al mondo dei pastori che, a sua volta,  caratterizzato da strutture associative  molto deboli o che esistono solo sulla carta con il risultato della inevitabile delega a chi rappresenta ben altri interessi. Inutile aggiungere che le situazioni si presentano opposte sul fronte pro lupo che si presenta come una macchina da guerra, con una rete articolata ma ben coordinata di associazioni, parchi, università, esperti, musei  con ottimi collegamenti a livello internazionale e con efficace capacità di lobby. Una situazione che richiede un riequilibrio: i valori rappresentati dal pastoralismo sulla carta promuovono interessi diffusi molto ampi (cultura, turismo, biodiversità, prodotti tipici, fruizione dell'ambiente montano). Chi con divide con noi questa analisi dovrebbe impegnarsi a farsi promotore di un'azione di advocacy in favore della parte debole.

In termini di maggior tutela dell'interesse generale e di maggior rispetto dei principi democratici molto si otterebbe semplicemente portando nel dibattito pubblico quei temi che il partito del lupo ritiene assiomi che non necessitano dimostrazione, scelte che non necessitano discussione (le hanno già fatte loro per il resto della società e per le comunità più direttamente interessate loro malgrado).






Note

(1) L'indigeno, ma anche il contadino e il pastore dell'occidente, non in grado di elevarsi da soli alla superiore comprensione ambientalista e di  accettare  le misure conservazioniste che ledevano ben concretamente i loro interessi, andavano esclusi dalle decisioni, dovevano essere messi davanti al fatto compiuto. In Italia l'approccio smaccatamente colonialista al parchismo ha conosciuto una sconfitta cocente in Sardegna, dove il parco del Gennargentu, istituito nel 1998, è rimasto sulla carta per l'opposizionedi comunità locali ancora influenzate dalla virile cultura pastorale. Il WWF (ma anche le altre organizzazioni animal-ambientaliste) continuano ad essere allergiche al regionalismo, come dimostrano gli attacchi - al limite dell'isteria - mossi contro le provincie autonome di Bolzano e di Trento, ree di rivendicare una gestione autonoma dei grandi carnivori senza passare, anche per singoli provvedimenti, dalle forche caudine delle autorizzazione romane. Molto abili a svolgere azione lobbystica a Bruxelles e in perfetta sintonia con le eurotecnoburocrazie dove ong e funzionari partecipano insieme a numerosi organi e commissioni in una rete che rende indistinguibili i limiti tra istituzioni pubbliche e gruppi privati di prtessione. Le ong ambientaliste sono ovviamente ultraeuropeiste e antisovraniste. In Italia si accontentano di tifare per il centralismo romano rappresentato dal Ministrero dell'ambiente e sperano di poter continuare a ottenere dalla frequentazione delle stanze ministeriali quei vantaggi che, in uno stato realmente regionalizzato, dovrebbero essere condivisi con una più larga platea di organizzazioni spontanee locali. Era noto il rapporto privilegiato tra WWF e Direzione generale foreste/Corpo forestale dello stato e forte è stata l'azione dei gruppi ambientalisti per evitare l'accorpamento del Cfs con i Carabinieri (o VVFF) dal momento che, anche a seguito del reclutamento di militanti animal-ambientalisti il Corpo si avviava a diventare una milizia di parte.

(2) Huilfried Huismann, Pandaleaks, The dark side of WWF, Bremen, Nordbook, 2014, p. 53

(3) Raymond Bonner, At the hand of man. peril and hope of Africa's wildlife, New York, Vintage books, 1993, p. 176. cit da H. Huismann, Pandaleaks

(4) Organizzazione fondata da Chris Lang, un green warrior che si è dedicato alla difesa delle foreste e dei diritti dei popoli indigeni.

(5)  Christine A Hager Why we need wolves in Yellowstone, Issue Paper for the Minor in Global Sustainability Biological Conservation, Bio 65, University of California.

(6) «Usa Today», 7 settembre 2018 wolves-reintroduction-yellowstone-ecosystem

(7) C.S. Holling, 2001. Understanding the complexity of economic, ecological, and social systems. «Ecosystems» 4, 390–405.

(8) S. Levin, 2005. Self-organization and the emergence of complexity in ecological systems. «Bioscience» 55 (12), 1075–1079; Holling, 2001, Understanding the complexity, op. cit.

(9) La LIPU è senza dubbio la più "pura"  delle grandi organizzazioni ambientalistiche, meno legata alla politica di sinistra (ogni riferimento a Legambiente è puramente casuale) e alle lobby economiche d'alto bordo internazionali (ogni riferimento al WWF ...). Certo anche lei ha i suoi peccatucci come quando - copiando i fratelli maggiori - sponsorizzava scooter inquinanti (Piaggio) per farsi finanziare le oasi. Rispetto alle due corazzate ambientaliste la Lipu ha sempre però manifestato un interesse protezionistico che va al di la delle specie protette per abbracciare gli habitat. Non potrebbe fare altrimenti data la forte dipendenza delle varie specie di uccelli a determinati habitat (zone umide, praterie, boschi). Pur non rinunciando ad alimentare l'odio per i cacciatori (un ingrediente che tutto l'ambientalismo italiano utilizza volentieri perché di facile presa sul pubblico italiano emotivo e con una cultura molto superficiale in materie biologiche ed ecologiche, la Lipu - sulla scorta della maggiore consorella british (la RSPB in UK è la più vecchia - 1889 - e la più grande associazione ambientalista del paese), ha sempre denunciato come, alla base della diminuzione degli effettivi delle specie di avifauna vi sia l'alterazione dell'habitat, la riduzione delle aree umide, l'uso dei pesticidi, il passaggio dall'agricoltura contadina a quella intensiva. L'organizzazione ornitologica è anche ben consapevole che l'abbandono delle pratiche agropastorali tradizionali, con la meccanizzazione, la riduzione di siepi, filari, boschetti, il dilagare delle boscaglie dove erano pascoli e prati.  Ovviamente l'ultimo tema viene escluso dalla comunicazione propagandistica per non urtare il punto di vista del mainstream ambientalista, tutt'ora dedito a celebrare l'avanzata del sacro bosco e a benedire la "rinaturalizzazione". Della relazione tra abbandono delle pratiche tradizionali ed estinzione di specie di uccelli si parla solo a livello "scientifico".
Noi, invece, interessati a evitare l'estinzione degli uccelli ma, soprattutto, quella dei contadini e dei pastori, ne vogliamo parlare a livello politico.



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