Nuovo Header


cerca nel sito

PARCHI

Michele Corti, 10 maggio, 2026
 

PNALM sotto indagine

Acquisiti gli atti del Parco degli ultimi due anni nel quadro dell'indagine sui lupi avvelenati



Che la gestione del PNALM sia tutt’altro che virtuosa lo dimostra la gestione dell’orso marsicano, una sottospecie unica che rappresentava (e rappresenta) la ragion d’essere del Parco che – insieme a quello del Gran Paradiso – è il più antico d’Italia, ormai più che secolare, il più blasonato. Eppure… L’orso marsicano, da decenni, si assesta su 50-60 individui, ma l’area occupata si è estesa esponendo la sottospecie a maggiori rischi.

Sentenze che pesano come macigni

I media – troppo spesso megafono delle lobby animal-ambientaliste e parchiste -hanno silenziato la notizia bomba della sentenza della Cassazione che condannava il Parco a risarcire un contadino per i danni provocati dagli orsi (che il Parco è incapace di tutelare)

Una sentenza inequivocabile

La sentenza della Cassazione di Marzo ribadiva quella d’appello che rileva l’incapacità del PNALM di mantenere un ambiente idoneo per evitare che la pur minuscola popolazione residuale di marsicani fuoriesca dai pur ripetutamente ampliati confini del Parco). La Corte argomentava che: “È fuori discussione, in diritto, nella presente sede che – anche al di là dei meri obblighi indennitari (obblighi che prescindono del tutto da una sua condotta colposa) – l’Ente Parco possa, in linea di principio, rispondere dei danni ingiusti causati a terzi in virtù di una propria condotta colposa, ai sensi dell’art. 2043 c.c. e, quindi dei danni causati ai terzi dagli animali selvatici in relazione ai quali esso è tenuto, per legge, a svolgere tutte le attività di tutela e gestione”. Essa osservava come “l’ente debba tener conto anche dell’elementare esigenza di limitare i pericoli derivanti dalle possibili loro interazioni con gli esseri umani, i loro beni e le loro attività, adottando, quanto meno, quelle misure che, nel rispetto della tutela del patrimonio faunistico e della natura possano evitare o, almeno, ridurre il pericolo di danni agli esseri umani“. In particolare, “l’Ente Parco non aveva affatto adottato (e neanche allegato di avere adottato) siffatte misure, nemmeno quelle più semplici e certamente non pregiudizievoli per gli animali in questione (gli orsi marsicani), come la piantagione di alberi di frutta all’interno del parco per evitare che essi fossero costretti a nutrirsi della frutta delle aziende agricole circostanti“. Insomma, un Parco con un bilancio da oltre 30 milioni non trova le risorse per piantare qualche melo per sfamare gli orsi. Lo devono fare i critici del Parco (vedi, nella foto sotto, l’agricoltore Dino Rossi). Gli orsi sono sempre in numero minimo (50-60) per la sopravvivenza genetica e tendono ad espandersi fuori del parco in altre province rendendo più difficile la riproduzione. Come se non bastasse, il Parco che non riesce a trattenere i pochi animali (ha desertificato le attività agrosilvopastorali e ridotto le risorse alimentari), ha promosso sciaguratamente i corridoi ecologici sull’onda dell’esaltazione ideologica del rewilding importata da ONG estere che operano in Abruzzo come in una colonia africana. Per riempire di orsi tutto l’Appennino si è svuotata la culla della sottospecie. Un disastro totale. In compenso il Parco non ha impedito che gli orsi divenissero un fenomeno da baraccone (orsa Amarena, osservazione dell’accoppiamento, caccia fotografica indiscriminata, ampia divulgazione delle “prodezze” nei paesi).


I contestatori del Parco piantano meli al posto suo


Il parco non è la vittima

Ma ora la Procura indaga sulla strage dei lupi, la tegola di 22 lupi avvelenati dentro il perimetro del Parco o in aree contigue. Su questa Caporetto la Procura di Sulmona vuole vederci chiaro consapevole che chi ha “seminato” i sacchetti con le esche è solo l’ultimo anello. Certo lascia perplessi il fatto che a indagare siano anche i cc forestali, che svolgono il ruolo di nucleo vigilanza nel parco e con un direttore che proviene dalle loro fila (è in aspettativa). Parte, insomma, della macchina del Parco. Secondo ReteAbruzzo “L’obiettivo degli inquirenti è analizzare a fondo gli atti ufficiali e i verbali redatti dall’ente per individuare eventuali responsabilità o omissioni nella gestione dell’emergenza che sta colpendo la fauna selvatica“. Indipendentemente dagli esecutori materiali (ma si indaga in tutte le direzioni?) è lampante il fallimento di quel modello di “convivenza” di cui il Parco si vanta e per il quale ha incassato progetti milionari a ripetizione. E’ il contesto conflittuale del Parco che va compreso. Il PNALM, più di altri parchi, per via del potere acquisito in una lunga storia, è un soggetto attivo sul territorio che, tra l’altro, prende in affitto migliaia di ettari dai comuni e che sottopone per qualsiasi uso (incluso quelli silvo-pastorali) ai suoi nulla osta i terreni in conformità con il contestatissimo Piano del Parco (vedi oltre). Entra quindi pesantemente nelle dinamiche dell’utilizzo delle risorse e negli equilibri locali ponendosi, come soggetto economico e politico.

Depistaggio

Per sviare le cose, alcuni media abruzzesi chiamano in causa la “Mafia dei Pascoli” (oggi i “cattivoni”, ieri accolti con piacere per via degli elevati canoni di affitto che erano disposti a pagare). Ma, considerando che l’attenzione ai fatti che hanno portato agli avvelenamenti si concentra sugli ultimi due anni, la cosa appare strana, per non dire sospetta considerato che la “mafia dei pascoli” non esiste più. Anche ll direttore, Sommarone, a caldo, ha parlato di “metodi mafiosi” (se sa qualcosa vada in procura, non faccia accuse generiche quanto gravi contro gli allevatori). Il Parco vorrebbe passare per vittima, ma – come abbiamo visto – è messo esso stesso in qualche modo sotto indagine. Gli episodi di avvelenamento si inseriscono in una situazione determinata da una politica di protezione ad oltranza dei lupi (e della fauna in genere) e di una gestione “naturalistica” e calata dall’alto del Parco che calpesta i diritti economici, sociali e politici dei legittimi proprietari dei terreni e dei titolari degli usi civici e delle stesse comunità locali. La realtà del Parco è presentata all’esterno come idillica, ma detro le tensioni sono forti; di solito il nasconderle le esaspera. Qualcuno, forse, volendo mantenere all’infinito la “rigorosa tutela” ha cercato di scatenare un’ondata (ben amplificata dai media) di indignazione contro i “bracconieri” al chiaro scopo di sollevare l’opinione pubblica contro il declassamento del lupo e mantenere all’infinito lo status quo. Altri, forse, hanno inteso mostrare come la politica della “convivenza con il lupo” è un fallimento, portando alla desertificazione della attività pastorali e zootecniche estensive; altri ancora hanno inteso mettere in atto una ritorsione contro l’esproprio strisciante dei diritti individuali e collettivi sull’uso del territorio. In ogni caso, considerato che gli episodi di avvelenamento sono stati registrati in diversi comuni, è da escludere che siano in gioco questioni riguardanti singoli contenziosi. In un modo o nell’altro è il Parco in quanto tale alla base del problema. Qualsiasi sia il motivo che ha spinto gli autori degli avvelenamenti, per il Parco è un fallimento pesante, un boomerang terribile per tutta la propaganda montata negli anni. Basti ricordare le delegazioni di pastori (compiacenti) spedite in Tirolo a spiegare agli allevatori alpini di lingua tedesca come gli abruzzesi sono bravi a convivere con i lupi (progetto Lifestock Protekt, uno delle decine di progetti pro orsi e lupi che hanno foraggiato la “filiera”.


La gestione fallimentare del PNALB è la conseguenza di una macchina che fa girare tanti soldi e opera senza controlli come un centro di potere che annulla il ruolo degli enti democraticamente eletti. La sudditanza al Parco, diventato un soggetto chiave nella distribuzione di posti, appalti, contributi, concessioni, si esprime anche in forme imbarazzanti. Le comunità più povere, che dipendono all’assistenzialismo e dal clientelismo, piegate dallo spopolamento e dalla ritirata delle attività tradizionali (messe in ginocchio dai vincoli del parco) arrivano a forme di servilismo neocoloniale umilianti, come a Ortona dei Marsi dove, pochi giorni fa, il Consiglio comunale ha deliberato di denominare la frazione di Aschi “il paese dei lupi”.

Bacia la mano che ti colpisce

Era l’espressione della totale sottomissione a poteri dispotici e oppressivi. Oggi le comunità più fragili, per ricevere qualche briciola che cade dalla mensa dell’economia del Parco (turismo naturalistico, attività scientifiche ed educative gestite da enti esterni al territorio) devono “baciare la mano” del lupo e dei Signori del lupo e del Parco che comandano sul territorio, di quello stesso lupo e di quello stesso Parco che sono stati e sono tutt’ora una delle cause del regresso delle attività agricole di zone che non avevano altre vocazioni e che sono state ridotte a vivere di pensioni e dell’elemosina clientelare. In questo sistema che è fallimentare sul piano sociale e politico, come su quello della conservazione, nessun soggetto istituzionale osa criticare. Sono sottomessi.


Solo Zunino, Forconi e pochi altri eretici, per quanto riguarda la gestione faunistica, lo fanno. Le università, le ONG, le associazioni, le coop, gli espertoni che partecipavano alla mangiatoia non osavano proferire verbo. E così si è proceduto. Così, l’entourage del Parco e le sue cerchie concentriche, si sono sentiti totalmente “coperti” a ogni livello (politico-istituzionale-scientifico-culturale). E così, in tanti anni di fallimenti, mai una parolina di autocritica. Solo autoglorificazione. Solo attacchi ai cattivi retrogradi che ostacolano le politiche del parco. Per quanto riguarda la politica di violazione dei diritti economici, sociali e politici delle comunità e delle categorie rurali perseguita dal Parco, non si può dire che non si siano sviluppate contestazioni, denunce, appelli. Essi hanno messo nel mirino il Piano del parco e i suoi numerosi aspetti di illegittimità. A contestare il Piano del Parco (frutto di costosi incarichi, mandati e consulenze) l’associazione Iura Civium ad Bonum Naturae, il Comitato Allevatori e Agricoltori del Territorio e l’ Alleanza dei Pastori Aurunci e Ciociari. Il Piano del Parco ignora la materia degli usi civici e la necessità del rispetto dei diritti correlati. E’ stato redatto e proposto senza il complementare Piano pluriennale economico e sociale. La Regione, competente in materia di usi civici, di fronte alle contestazioni, ha “girato” la questione… al Parco che, ovviamente si è dato ragione. Un oltraggio alla democrazia e alla legalità perché il Parco, entro i propri confini, si arroga il diritto di applicare la Legge a proprio piacimento sostenendo che: “…la tutela ambientale è sovraordinata rispetto agli altri diritti dei cittadini.” Ma cos’è il PNALM? Un principato autonomo dalla Repubblica italiana? Una specie di monarchia assoluta con a capo il Presidente? Nel 2023, centinaia di cittadini hanno firmato una richiesta di rigetto della proposta di Piano del PNALM, motivandola con una serie di violazioni di legge e di carenze formali e per il suo carattere di proposta astratta calata sul territorio senza tenere conto delle realtà rappresentative di esso. In questa richiesta, i firmatari sostenevano che il Piano è “finalizzato a creare un completo sistema di potere discrezionale e un’enclave di ‘diritto’ alternativo a quello dello Stato italiano“. La questione non è la convivenza con i lupi ma la convivenza delle categorie rurali con un Parco che ha costruito un modello autoreferenziale, parassitario, clientelare, neocolonialista.

Articoli correlati

 

Basta con i parchi

NO AL PARCO DEL MATESE. La creazione dei parchi (con l’obiettivo di conservare la “natura incontaminata”) è frutto della separazione tra “natura” e “cultura”, qualcosa che riguarda esclusivamente la cultura occidentale urbana degli ultimi secoli. Questa concezione ha consentito di ignorare (o di fingere di ignorare) la presenza umana, gli effetti dell’antropizzazione nelle aree naturali e di considerala un disturbo da eliminare per ripristinare la “purezza”. Storicamente i parchi sono parte del fenomeno del colonialismo e hanno mantenuto sino a oggi un carattere autoritario e oppressivo. In barba alle ipocrite dichiarazioni sul rispetto dei diritti, sulla democrazia, sulla partecipazione, la governance dei parchi è basata su un approccio tecnocratico e autoreferenziale, con l’effetto di soggiogare (e/o espellere e marginalizzare) le popolazioni indigene e rurali. Se, su una scala mondiale, i parchi sono un frutto dell’eurocentrismo, sul piano italiano sono frutto dell’urbanocentrismo che trae origine dalla feroce colonialismo del comune cittadino nei confronti del contato nel medioevo. Nati per limitare o annullare i “disturbi antropici”, i parchi rappresentano il volano di un business turistico globale che, puntando su elementi spettacolari e sulla tutela di animali carismatici, contraddice gli obiettivi stessi della conservazione, come dimostra il fatto che la biodiversità diminuisce più rapidamente nella aree protette che nel resto dlele terre emerse del pianeta.
 

Clamoroso: un parco contro Wolf Als

Mauro Deidier, neo presidente del parco delle Alpi Cozie, in provincia di Torino, parco partner di Wolf Alps, ha scritto alla "centrale" di Wolf Alps (e del lupismo), il parco delle Alpi Marittime, per manifestare la sua contrarietà al progetto. Nella circostanziata e densa lettera di cinque pagine, egli rileva come, non solo Wolf Alps operi in modo poco trasparente ma impieghi una quota sostanziosa della pioggia di milioni ricevuti per consulenze. Consulenze a favore della autoreferenziale cerchia lupista. Grave, poi, per Deidier: l'assoluta volontà di manipolare l'informazione e la comunicazione verso il solo obiettivo di creare a tutti i costi consenso attorno al progetto al fine di proteggerlo da opinioni difformi. Sino a vantarsi di praticare con successo il lavaggio del cervello (parole loro) ai danni degli alunni della scuola dell'obbligo.