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Agricoltura e ambiente

Michele Corti, 23 Maggio, 2021

Agricoltura obsoleta? Poi tocca all'uomo

L'esaltazione delle vertical farm non riflette solo l'idolatria tecnologica e la sempre rinnovata necessità di creare nuove "bolle", facendo leva sulle parole d'ordine del momento. C'è qualcosa di peggio, la palese volontà da parte del capitalismo di sostituire il più possibile l'agricoltura con la produzione di cibo senza il ricorso alla terra. Cibo artificiale creato in laboratorio, vertical farm e colture idroponiche sono propugnate in parallelo con le wild farm e il rewilding. Nel mentre si proclama che il pianeta patirà per sovrapopolazione e riscaldamento climatico, si incoraggia l'abbandono di pascoli e terre coltivate per la riforestazione (mentre le foreste nel mondo stanno avanzando su scala globale). Una somma di elementi strumentali, tra loro contradditori che nasconde una finalità di fondo: togliere la produzione di cibo ai contadini, trasferire quante più terre alla (co)gestione da parte degli ambientalisti e delle multinazionali.

Le "vertical farm" e - su un piano leggermente diverso - le serre idroponiche "high tech", sono espressione dell'idolatria tecnologica e del culto dell'innovazione a tutti i costi, finalizzata a trovare applicazioni - non importa se inutili - per le nuove tecnologie informatiche, a offrire occasioni di investimento al capitale finanziario assetato di alti rendimenti. Una volta messa in piedi la "bolla", attirati gli investitori, quelle che erano state presentate come le soluzioni dei problemi dell'umanità, saranno collocate nel dimenticatoio per far posto a nuove bolle e sostenere artificialmente il ciclo tecnologico e finanziario.  Oggi l'intelligenza artificiale e l'internet delle cose sono sulla cresta dell' onda (ci vuole poco, visto quanto spendono i potentati di big tech per influenzare i media), spinti dall'ideologia dell'inevitabilismo tecnologico. I progetti imprenditoriali e tecnologici che ne fanno uso (come le "vertical farm"), sono oggetto di benevole narrazioni da parte dei media che nascondono i macroscopici aspetti problematici (ambientali, energetici, economici) per mettere in luce solo gli aspetti “smart”.
Ma l'ideologia californiana delle start-up ipertecnologiche è oggi in crisi, le promesse di innovazione “ dal basso” (sic), di spazio al merito, ai giovani talentuosi, hanno lasciato il posto a big-tech, a un gruppo di corporation che attira investimenti non perché rappresentino modelli di business sani ma perché detengono asset strategici, posizioni monopolistiche, un enorme potere politico al quale piegare i media e le istituzioni. In un recente articolo (qui) sull' Huffington post , dove viene trattato il fallimento del modello tanto osannato e agevolato delle start-up, si legge questo giudizio liquidatorio:

Al netto di qualche eccezione, ciò che lo start-up system ha fin qui prodotto è stato una manciata di colossi di enorme successo finanziario ma a bassa redditività e spesso con enormi perdite economiche, una piccola popolazione di piccole imprese sussidiarie a multinazionali, sostenibili ma senza crescita o innovazione rilevante, e una messe infinita di progetti naufragati con una perdita ingente di investimenti (anche pubblici) ed enorme spreco di energie e speranze per tanti giovani.



L'esaltazione dell'agricoltura... senza terra

Oggi si bestemmia di "nuova agricoltura" riferendosi alle "vertical farm", alle fabbriche di produzione di piante orticole indoor, irradiate dalla luce dei led.  La campagna propagandistica che esalta queste esperienze è sostenuta da molti media mainstream ma in essa si sono distinti, in modo quasi ossessivo, quelli di Condindustria.




Ai peana confindustriali, innalzati ad esaltazione della vertical farm realizzata alle porte di Milano (Planet Far,), "una delle più grandi d'Europpa", si sono unite anche le riviste del settore agricolo, non solo Terra&Vita (che appartiene al Sole 24 Ore e quindi sempre a Confindustria) ma, a riprova di una inveterata subalternità del settore alle ideologie e agli interessi industriali, anche tantissime altre testate, persino di alimentazione e cucina, tutte trascinate acriticamente dal mainstream . Pochissime le voci che avanzano riserve e suggeriscono, quantomeno, un po' di prudenza (qui un raro esempio).

Oggi, le più grandi vertical farm si trovano a Singapore e a New York, modelli di città verticali, che sono realtà sulla buona strada per realizzare la distopia delle città sotto la cupola, in attesa della fantascientifica migrazione della specie umana su Marte.


Le città sottovetro consentirebbero di sfuggire alle conseguenze di un’atmosfera terrestre inquinata e preparerebbero l'umanità (sempre che non sia stata soppiantata dai cyborg) a colonizzare altri corpi celesti. Sotto le cupole si assisterebbe al trionfo totale del grande fratello, l'umanità intera rinchiusa in un Panopticon, la famosa fabbrica-prigione dove tutto è controllato, ideata dal filosofo utilitarista Jeremy Bentham (J.  Bentham,   Panopticon ovvero la casa d'ispezione, a cura di Michel Foucault e Michelle Pierrot, Venezia, Marsilio, 1983 [Ed. originale: Panopticon or the inspection-house, London, T. Payne, 1791]). Le vertical farm tendono ad abituarci a queste prospettive.


Se le vertical farm rimandano a inquietanti considerazioni sul futuro, quello che i potentes, assecondati dai loro chierici, vogliono riservare all'umanità, per ora  vengono fatte apparire come un'innovazione che "salva il pianeta". Una qualità che viene attribuita, mediante apposite campagne propagandistiche, a tutte quelle iniziative dove la finanza sente "odore del sangue", ovvero possibilità di attrarre investimenti. Le archistar si incaricano poi di rafforzare l'immagine trendy e smart di queste "farm", realizzandole - in versione "complemento di arredamento" - nei grattacieli per ricconi.


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Ambientalismo e ipercapitalismo vanno a braccetto

Il programma delle vertical farm (e del cibo artificiale) mette d'accordo i fautori di una realtà sociale sempre più artificiale e ipertecnologica con gli animal-ambientalisti che (purtroppo ormai anche con il placet della neo-chiesa ex cattolica) divinizzano la natura. Essi qualificano "disturbo antropico" ogni traccia di attività umana (come se l'uomo appartenesse a un' altro universo) e sognano un'umanità ridotta drasticamente di numero. In alternativa alla regressione della civiltà allo stadio precedente alla "rivoluzione agricola" (quando l'umanità non arrivava a un milione di individui su tutto il pianeta), gli animal-ambientalisti "concederanno" (provvisoriamente) all'umanità di rinchiudersi nelle cupole artificiali.
Fuori la natura "incontaminata", gli animali selvatici che recuperano lo spazio che l'uomo ha loro usurpato, dentro, nelle gabbie virtuali e non, un'umanità in attesa della trasmigrazione su altri pianeti o dell'estinzione o nella trasformazione in cyborg, comunque in entità post-umane.  Ciò che preoccupa in queste prospettive è la convergenza dell'animal-ambientalismo radicale (che poi condiziona anche quello meno radicale) con la sua ideologia ecocentrica antiumana, con l'ipercapitalismo, mosso dalla ricerca (in attesa della colonizzazione si Marte) di occasioni di colossali investimenti che si affidano a sviluppi tecnologici senza limite, con l'obiettivo di spazzare via ogni forma di attività imprenditoriale indipendente. Quando parliamo di occasioni di investimento create surrettiziamente per trovare sbocchi al capitale pensiamo a "idee" come il pompaggio della CO2 nel sottosuolo quando, senza spesa, ripristinando la quantità di sostanza organica del suolo che l'agricoltura industrializzata ha dissipato, si otterrebbero risultati molto più consistenti. Vorrebbero anche, già che ci siamo, spazzare via anche la proprietà privata (con l'eccezione delle big corpotation e delle loro fondazioni, ovviamente) e sottomettere definitivamente tutto ciò che ancora sfugge al controllo degli onnipotenti apparati delle tecnologie dell'informazione e della sorveglianza (descritto, a partire da Google, Facebook e dall'internet delle cose, nel purtroppo eccessivamente ponderoso saggio di Shoshana Zuboff  Il capitalismo della sorveglianza. Il futuro dell'umanità nell'era dei nuovi poteri, Luiss, Roma, 2019). Qualcuno, non senza ragioni, qualfica questo terrificante regime come il comunismo dei miliardari, un comunismo che - in quanto a tasso di totalitarismo - ha poco da invidiare all'Unione sovietica.


Se l'ambientalismo aspira al ritorno alla natura incontaminata, l'ipercapitalismo aspira a epurare la sfera socio-tecnologica dalla "primitiva" dimensione naturale, da quel mondo imprevedibile e imperfetto frutto dell'opera di Dio.   Il tutto in vista di una nuova creazione più evoluta, più razionale. L'uomo, in questa prospettiva, deve denaturalizzarsi, come la natura deve disumanizzarsi. E per denaturalizzare l'uomo il primo passo è l'abolizione del genere, della riproduzione naturale. Il genere (sessuale) deve estinguersi passando per una mera opzione che ne nega il fondamento biologica (come vuole la teoria del "gender", che sta per essere imposta per legge). Parlare di genere su base biologica e di famiglia naturale è ormai etichettato come pericolosa eresia (dalla nuova santa inquisizione), come un retaggio di un passato primitivo e oscurantista. Di qui alla clonazione e alla gestazione extra-uterina affidata alle macchine (sperimentata già sugli animali) il passo è breve.

Ciò che lega l'uomo alla natura non è solo la sessualità, la maternità, l'accudimento della prole (qualcosa che le ideologie totalitarie hanno cercato inutilmente di strappare alla famiglia, e che ora stanno realizzando, in modo più efficace, abolendo la famiglia stessa). L'uomo è inserito nella natura attraverso  l'alimentazione che lo colloca, come gli altri animali, entro circuiti organici e inorganici mediati dal sottile strato di terreno fertile che ricopre la crosta terrestre. La terra rappresenta un sistema di scambio tra atmosfera, acque, biomassa animale, vegetale e microbica, epigea e ipogea, qualcosa da cui tutto nasce e ritorna. Slegare l'uomo dal rapporto con la terra equivale a slegarlo dai sistemi viventi. Ma questo è proprio quello che si prefiggono sia l'ambientalismo che l'ipercapitalismo.  Il primo vuole estirpare dalla sacra natura e dalla madre terra l'uomo, definito parassita del pianeta, il secondo, all'opposto,  considera la natura materia inerte, utile solo per le necessità della tecnologia e della produzione di energia.

In entrambi casi, alla base di questi dualismi radicali, c'è la tragica dicotomia cartesiana tra uomo e natura, (Cartesio, Discorso sul metodo, Bompiani, Milano, 2002[ed. or. 1637]). Essa ha dato sprint alla modernità, sollevandola da quelle retrograde forme di rispetto per il creato che impastoiavano un mondo ancora tradizionale, e incentivando lo sfruttamento senza limiti delle risorse (res extensa, quindi materia inerte). Dopo aver lucrato su una forma di sviluppo che considerava le risorse naturali illimitate, gratuite, il capitalismo si accinge a lucrare su politiche che, in nome della sostenibilità, sottraggono reddito e patrimoni a vasti strati della popolazione. Ma la fatale dicotomia dei moderni, in cui continuiamo a essere invischiati, seppure in forme in parte nuove, affonda in realtà le sue origini nella gnosi, una corrente velenosa che attraversa la storia e che, dall'antichità, arriva sino al presente (non solo come New Age). La gnosi, bestemmiando il creatore, la sua opera e lo spirito di Dio che la pervade, demonizza la dimensione terrena come opera del maligno, pone una netta contrapposizione il mondo a Dio, al quale si accede solo attraverso l'illuminazione, riservata agli eletti che aderiscono alla segreta dottrina. Grazie anche a un cattolicesimo in ritirata, che alza bandiera bianca su tutta la linea, espugnato dall'interno senza che si registri nessuna reazione di rilievo, al posto di Dio oggi vengono posti la Natura o la Tecnoscienza. In entrambi i casi, con queste nuove divinità in auge (e con i loro loschi sacerdoti e profeti), per l'uomo non potrà che mettersi male.

Il dualismo città - campagna figlio del dualismo uomo - natura

Le forze "creatrici" del capitalismo finanziario sono l'espressione più tipica della civiltà urbana in quanto economia "purificata" dalla base materiale (terra in primis), in quanto denaro che crea denaro, in quanto denaro che, al suo contatto, mercifica qualunque cosa. Esse hanno impresso per la prima volta il loro carattere alla civiltà urbana proprio nelle città dell'Italia centro-settentrionale (dove le tecniche bancarie moderne, per lo più a Piacenza, Genova, Firenze , Asti sono state inventate e collaudate). La civiltà comunale, proto-borghese, urbana e proto-capitalistica, già trionfante tra XII e XIII secolo, considerava già allora la terra, l'agricoltura come qualcosa di superato, degno degli spiriti rozzi, da sottomettere, colonizzare e sfruttare. La vittoria del partito guelfo ebbe un ruolo significativo nel consolidare questa condizione. Come abbiamo osservato in altre occasioni, è da questo periodo sciagurato (non a caso esaltato dalla retorica delle vulgate convenzionali), di violenta soggezione del contado da parte del potere cittadino comunale, che deriva l’anti ruralismo viscerale della cultura italiana. Anche se, in secoli successivi, la borghesia e l'aristocrazia di origine usuraia hanno puntato, per conservare il loro prestigio, potere e ricchezza, sul possesso fondiario, esse rimasero ceti urbani. La campagna italiana restò senza élite, subalterna sotto ogni punto di vista.



Se l'Italia rappresenta l'esempio di una campagna sottomessa alla città, la Russia sovietica, degli anni '30 rappresentò il tentativo più brutale di annullamento dell'agricoltura. Il marxismo sovietico voleva trasformare l'agricoltura in un'industria agraria, sottoposta a metodi scientifici e alla pianificazione dall'alto. I risultati sono noti: oltre ai milioni di morti, si è verificata una perdita drastica di fertilità delle famose terre nere ucraine che pure avevano accumulato nei secoli un profondo strato di humus. Il capitalismo occidentale ha utilizzato metodi meno brutali (tranne negli Usa della recessione tra le due guerre mondiali, con la tragedia dei contadini cacciati come profughi dalle loro aziende fallite per debiti, vedasi il romanzo Furore di Steinbeck, di cui nella foto sopra vediamo la trasposizione cinematografica di Ford).

Attraverso il crescente impiego di mezzi tecnici forniti dall'industria (a prezzi che restavano e restano tutt'ora più alti dei declinanti prezzi dei prodotti agricoli), l'esternalizzazione della trasformazione dei prodotti, la diminuzione dei rimpieghi aziendali, il capitalismo occidentale ha trasformato l'agricoltura meccanizzata e chimicizzata in un segmento minore (che vale pochi punti di valore aggiunto) delle filiere agroindustriali, senza peso economico e politico ma anche senza autonomia culturale e ideologica. In Italia ogni timido accenno a ideologie ruraliste in Italia viene preventivamente screditato come reazionario e l'unico tentativo di politiche ruraliste, quello di Arrigo Serpieri negli anni '30, si infranse contro le contraddizioni del regime fascista (per le quali si rinvia alla monumentale opera di Renzo de Felice su Benito Mussolini).

La terra è sporca e contamina

La città e le moderne abitazioni isolano l'uomo dal contesto naturale. Poi viene ricreato il "verde", una natura soprammobile, a funzione estetica, di abbellimento dell'edificato.  La terra è sporca e contamina gli ambienti asettici delle abitazioni urbane. Essere sporchi di terra è sinonimo di inferiorità sociale. Chi lavora la terra, che è bassa, è alla base della scala sociale, chi non si sporca le mani sta in alto. L'igienismo, dall'Ottocento, ha poi indotto la fobia nei confronti dei microbi, assimilandoli tout court, nella consapevolezza popolare, a fattori patogeni e mettendo in ombra i loro ruoli fondamentali nelle catene viventi, nelle catene che ci procurano il cibo. Eppure Pasteur, oltre che di tetano, si era occupato di microbiologia del vino e dell'aceto! La terra, il terriccio, che di microorganismi è ricchissima, è stata sempre più vista come veicolo di contaminazione. Fa paura. Oggi gli ortaggi in vendita presentano solo eccezionalmente tracce di terriccio.  

Su questa fobia della moderna civiltà urbana, fa leva l'appeal per le colture idroponiche, che non sono una novità, e per quelle aeroponiche (nelle quali le radici vengono spruzzate con soluzioni nutritive). Dopo aver sradicato l'uomo e gli animali e averli collocati, il primo nei falansteri delle grandi città, i secondi negli spazi ristretti degli allevamenti intensivi, la civiltà urbana tecno-industriale sradica letteralmente le piante, strappandole alla terra, facendole crescere in un ambiente artificiale.  "Volete coltivare rapidamente verdure fresche da casa senza l'uso di terra sporca?". Si reclamizza così un libro attualmente in vendita su I segreti del giardino idroponico . Una vera fobia quindi quella nei confronti della terra, che certo, come già accennato, ha radici profonde (la dimensione "terrena" come materiale contrapposta a quella "celeste", spirituale).  

La fobia per la terra è parte della fobia per il contatto con lo "sporco", quello "sporco" che l'immunologia popolare ha sempre ritenuto necessario, facendo inorridire l'igienismo dominate. L'immunologia popolare ha ricevuto però importanti conferme sul piano scientifico. L' “ipotesi igiene” , che collega all’ eccesso di pulizia e all’abuso di antibiotici nei paesi avanzati la diffusione di asma e malattie allergiche, è stata supportata da numerosi studi epidemiologici, condotti anche su grandi numeri, che indicano che, nei primi mesi di vita, adeguati stimoli e contatti del sistema immunitario con gli antigeni (compreso il mettersi in bocca le mani sporche di terra) conferirebbero ai bambini che vivono in un ambiente rurale una minore predisposizione a riniti, atopia, asma, febbre da fieno ecc.  Effetti, oltre che del contatto con la terra, anche di quello con gli animali e del consumo di latte crudo.  Una microbiologa ha recentemente scritto un libro, rivolto ai genitori, per spiegare tutto ciò (sotto).


Oltre all'assenza di contatto "al momento giusto" con i fattori antigenici, l'iper-igienismo riduce anche il contatto con il bioma (la comunità microbica) "buono" e protettivo nel corso della vita adulta (vedi effetti negativi dell'eccessivo uso di detergenti sulla pelle). Non sono dissimili i problemi di eccessiva pulizia che affliggono le produzione alimentari. Le superfici (apparentemente) lisce (a occhio nudo), l'uso massivo di disinfettanti e di detergenti hanno crato ambienti asettici dove, non solo il bioma "buono" non riesce più a svolgere il suo lavoro, ma dove anche il patogeno, divenuto più temibile per fattori di resistenza, si insinua in assenza di "concorrenza" e... uccide. Così, per evitare un mal di pancia (in realtà per consentire alla grande industria alimentare di spazzare via la piccola) rischiamo tossinfezioni gravi, da parte di patogeni come la Lysteria che, un tempo, non uccidevano nessuno, pur essendo presenti ubiquitariamente nell'ambiente. Dobbiamo anche dire che l'igienismo strumentale di marca nord-europea e grande-industriale (deve c'entra anche il protestantesimo con le sua deriva di sette puritane) ha imposto un regime in cui il "pulito" nasconde la sporcizia chimica, la presenza ubiquitaria di veleni (in dosi "sostenibili", ovvero spesso, ma non sempre, entro arbitrari "limiti di legge"). Peccato che, per le sostanze cancerogene e mutagene, non ci siano soglie di sicurezza (la soglia è zero). Così, il regime di polizia igienica, imposto dalle grandi industrie e dal nord-Europa, risparmia i mal di pancia per regalarci patologie oncologiche e altre degenerative.

L'effetto di resistenza, legato al consumo eccessivo di antibiotici e disinfettanti, ha portato agli attuali problemi di patogeni "cattivi", presenti oggi in ambiente ospedaliero, tanto che c'è dimore di farsi ricoverare.  Quello della resistenza agli antibiotici è uno dei problemi sanitari "emergenti" più gravi (su questo concordano anche le autorità sanitarie come l'Oms). Non va dimenticato, restando sul piano agricolo,  che gli antibiotici somministrati agli animali d'allevamento raggiungono il terreno agrario, dove possono contribuire, insieme agli altri apporti di prodotti chimici di sintesi, a comprometterne la vitalità. Non ci vuole molto a capire che l'industria alimentare e del farmaco, con l'imposizione dell'iper-igienismo, mirino a creare un'umanità fragile, sotto campana di vetro, dipendente dai farmaci dell'industria farmaceutica così come l'agricoltura, con la compromissione della fertilità naturale del terreno dei meccanismi naturali che proteggono le piante dalle fitopatologie, tende alla dipendenza da concimi chimici e pesticidi. In vari modi, così, si stacca l'umanità dalla sua dimensione naturale, per la gioia sia degli ambientalisti che di big-pharma e big-tech. Quanto più la società urbana anela alla wilderness, quanto più si conforma all'asepsi della sala chirurgica. E l'ipercapitalismo neoliberale è pronto a offrirle entrambe, ben volentieri.


Agricoltura senza sole e senza terra? No grazie!

Gli apologeti della "nuova agricoltura", che non è agricoltura in quanto non c'è più l'ager, il campo, il territorio agricolo della civiltà romana, arrivano a sostenere che "Non serve la terra, non serve il sole, servono le informazioni" (fonte). Lo dice Tom Burns, senior vice president, per networking, di Dell/Emc  (EMC Corporation era un'azienda che produceva infrastrutture per l'information technology assorbita - fato comune - dalla multinazionale Dell nel 2016). Questo genio dimentica che è il sole, direttamente o indirettamente,  l'unica fonte dell'energia terrestre (fossile, eolica, fotovoltaica, da biomasse, idraulica).


Dalla Silicon valley torniamo in Italia, a Gavorrano, in provincia di Grosseto. Qui la musica non cambia, l'ideologia è la stessa. Luigi Galimberti è il fondatore della celebratissima startup "Sfera agricola", con 13 ha di serre hi-tech. Secondo lui alle piante servono solo tre macroelementi: N, P, K, la triade dei concimi chimici (gli concediamo le attenuanti generiche perchè è un imprenditore edile). Ma sentiamo la sua narrazione del business:

 Sfera nasce per rispondere all’emergenza mondiale dell’aumento della popolazione e dei cambiamenti climatici, riuscire a produrre di più con meno oggi è un imperativo e per farlo noi non utilizziamo il terreno ma l’acqua, nella nostra serra idroponica infatti il lavoro di nutrizione non lo fa il terreno ma l’acqua, dove sciogliamo azoto, fosforo e potassio dosati in maniera opportuna, secondo le necessità delle piante. Noi consumiamo 2 litri di acqua per 1 kg di pomodori e di insalata contro i 75 del campo aperto, perché nell’irrigazione in campo aperto parte dell’acqua viene dispersa, non viene assorbita tutta dalla pianta, mentre noi non sprechiamo niente, raccogliamo anche l’ evaporazione dell’acqua e abbiamo anche ridotto al minimo l’uso di pesticidi e diserbanti.

Il messaggio, per il profano, è molto diseducativo perché fa credere che l'agricoltura vera, quella che da da mangiare all'umanità, rappresenti un grande spreco, che non è in grado di far fronte all'aumento della popolazione e ai cambiamenti climatici (i soliti spauracchi per piegare le masse). Per attirare ulteriori investimenti, alcuni addetti ai lavori della "nuova agricoltura" non esitano a gettare discredito sull'agricoltura "vecchia" che usa ancora (i retrogradi!)... la terra e il sole. Secondo Gabriella Funato, ricercatrice Enea (fonte Sole24ore), oltre a risparmiare acqua le "vertical farm" operano "senza sfruttare suolo e in totale assenza di pesticidi e insetticidi" (ma nessuno le ha insegnato - sempre che abbia studialto l'agronomia - che l'agricoltura può anche arricchire il suolo e non solo "sfruttarlo"?). In ogni caso, a tutti questi salvatori dell'umanità varrebbe la pena ricordare che l'agricoltura già oggi può produrre cibo per 10 miliardi di persone, che il picco demografico non arriverà mai a tale valore e che, anzi, la popolazione, dopo, la metà del secolo, inizierà una contrazione forse inarrestabile
(fonte). La carne artificiale, gli insetti come pietanza e le verdure ai led sono pensate per sfamare gli affamati o per concentrare profitti e potere nelle mani di chi ne ha già troppo? Ai vari Schwab, Gates, Soros, Pichai, ZucKerberg, Rothshild, Rockfeller vorremmo dire: "gli insetti mangiateveli voi".

E l’agricoltura urbana?

Vengono a raccontare che le vertical farm rappresentano una risposta alla crescente concentrazione di popolazione nelle aree urbane. Nel 2050 si prevede, in effetti, che il 68% della popolazione sia concentrata nelle aree urbane. Tutti  coloro che si stracciano le vesti per l’aumento della popolazione fanno finta però di non sapere che le nuove stime riducono di ben 2 miliardi la proiezione della popolazione mondiale al 2100, prevedendo un declino, difficilmente arrestabile, dal 2064 (fonte). Essi non dicono che il problema sarà presto l’eccessiva riduzione e l'invecchiamento della popolazione mondiale la sua concentrazione nelle città e lo spopolamento rurale. L'urbanesimo è frutto delle politiche neoliberali dei poteri mondialisti non un effetto "automatico" della (transeunte) crescita demografica.

Ma i potenti paiono non preoccuparsi di questo e tanto meno prospettano azioni per evitare che la gente lasci le aree rurali (dove può procurarsi cibi, e forse anche idee, in forma autonoma). Sappiamo che fanno di tutto, al contrario, per favorire l' inurbamento attraverso le politiche neoliberali da essi propugnate. Il World Economic Forum (Davos) non intravede problemi particolari di sostenibilità legati all’ espansione delle aree urbane. Qualche preoccupazione la può dare, ammettono, una crescita troppo rapida e poco pianificata che può incidere negativamente sui rischi sanitari e sulla criminalità. Quanto agli aspetti ambientali, il WEF si preoccupa, ma non più di tanto, dell’esposizione delle megacities agli effetti del riscaldamento climatico e dell’innalzamento del livello dei mari. Nonostante le megacities siano causa di problemi ambientali macroscopici sotto gli occhi di tutti (consumi energetici, idrici, produzione di rifiuti) quelli di Davos ritengono che concentrando le persone in aree ristrette le metropoli ridurrebbero la necessità di trasporto con effetti ambientali positivi. Un argomento facilmente ribaltabile in presenza di uno sprawl urbano che determina lunghi (e lenti) spostamenti da una parte all’ altra dell’area metropolitana (senza parlare del lavoro a distanza, tanto esaltato all'occorrenza, che oggi consente di risiedere nella "periferia" senza assogettarsi ai disagi del pendolarismo). Similmente il WWF vede, pur non potendo negare del tutto i rischi, nella crescita urbana in Africa e in Asia un’opportunità per "politiche sostenibili" (fonte). Non vogliono dire che è un'opportunità per eliminare la popolazione delle aree destinate a wilderness, una wilderness sottratta agli "indigeni" (che, cattivoni, hanno il vizio di cacciare per procurarsi il cibo) gestita da loro stessi e dai loro compari capitalisti. Loro al comando, chi viveva dignitosamente, al di fuori del "mercato globale", nelle bidonvilles. Amen.

L'agricoltura urbana già in soffitta?

Se, nella pianificazione della crescita urbana, si ponesse attenzione al mantenimento di fasce verdi da adibire ad attività agricole comunitarie, si otterrebbero benefici ambientali (corridoi ecologici, mitigazione degli effetti di “bolla di calore”, aggregazione sociale, gestione dell’umido attraverso le compostiere di quartiere). Tutte belle cose ma che creano capitale sociale, capitale diffuso e che quindi non fanno piacere al capitalismo. Dopo grandi entusiasmi, il tema dell’agricoltura urbana, portato alla ribalta da quella fiera dell’inganno che è stata l’Expo 2015, pare, almeno in Italia, passato di moda. A favore delle vertical farm, ovvio.

Non è difficile capire il perché: l’agricoltura urbana crea socializzazione, riproduce relazioni sociali e circuiti di scambio non commerciale, una vera jattura per un capitalismo della sorveglianza che vuole limitare le relazioni a quelle virtuali e disintegrare ogni relazione sociale atomizzando la società e dominandola in modo più ferreo del "dispotismo orientale" di marxiana memoria. Quanto piaccia al capitalismo della sorveglianza (e ai suoi governi fantoccio, tra cui si è distinto quello italiano) il distanziamento sociale e gli arresti domiciliari di massa l’abbiamo capito con il Covid.  Tali misure, infatti, hanno  provvidenzialmente incrementato (per big-tech) il commercio online e messo in ginocchio le attività del piccolo commercio e del turismo. Tra le vertical farm (così high-tech e smart) e l’agricoltura sociale urbana, così retrograda nel riportare d’attualità le pratiche contadine, quale pensate che promuovano i media asserviti?

La pseudo agricoltura high-tech appare quindi, come già detto, una bolla finanziaria, uno strumento di incentivazione di nuove tecnologie attraverso la creazione di un mercato “pompato ad hoc”. Ma è anche un palese veicolo di affermazione ideologica e di "educazione" al mondo che il capitalismo intende imporre.  Se si volesse stabilire seriamente un confronto tra queste tecniche e quelle agricole, esso andrebbe stabilito non con sistemi che largheggiano in uso di acqua e pesticidi e che distruggono la fertilità del suolo (troppo comodo!) ma con sistemi agricoli innovativi, che si sono posti il problema della sostenibilità ambientale in termini più realistici dei giocattoli hi-tech, che hanno costi di investimento stratosferici e rispondono, insistiamo, alle spregiudicate logiche finanziarie.

Se la serra hi-tech di Gavorrano ha richiesto oltre 11 milioni di investimenti (per 13 ha), le vertical farm con l'illuminazione è fornita dalla luce dei led e zeppe di tecnologie informatiche, costano 1000 euro per mq. La produttività per superficie non compensa il costo economico. Dal punto di vista della sostenibilità, solo i media di una finanza che campa sull'inganno possono ignorare come queste "innovazioni" comportino un profluvio di ferro e di plastica e che il sostituire la radiazione solare alla luce di led, alimentati con l'energia elettrica, rappresenti un pessimo affare energetico: primo per le perdite nella conversione di altre fonti in energia elettrica e il suo trasferimento, secondo per l'efficienza energetica dei Led che, per quando molto meno dissipatori di calore rispetto alle lampade a incandescenza , ne producono anch'essi (e il calore è utile solo se si deve riscaldare l'ambiente, richiede ulteriore energia elettrica se si deve raffreddare cor controllare il microclima). Nonostante i progressi dei Led, quello dell'illuminazione rimane un tallone d'Achille delle vertical farm e i costi di produzione di un’insalatina o di un basilico da loro prodotte rimangono nettamente più alti di quelli "convenzionali". Ma è trendy.


Non ci meravigliamo affatto che gli ambientalisti, nella fattispecie il WWF, tra le organizzazioni più impegnate a scacciare con la violenza contadini, pastori e cacciatori-raccoglitori dalle loro terre per farne dei parchi inviolabili (da chi vi abitava, ma non da vari business) (ne abbiamo parlato qui e qui). Nei pressi di St. Louis in Missouri, c’è una rete di caverne sotterranee, un tempo utilizzate per la fermentazione della birra, grazie alla loro caratteristica refrigerazione naturale. Una volta diffuso il raffreddamento elettrico, sono rimaste inutilizzate per anni. Fino a quando il World Wildlife Fund non ha deciso che potevano diventare il sito perfetto per una “piantagione” indoor fonte). Sappiamo che, per gli ambientalisti, tutto quello che fa green economy (greed economy in realtà) è dichiarato, in forza di un potere che si sono auto conferiti, sostenibile (sono o non sono i nuovi sacerdoti della nuova religione?). Quindi, ancora una volta, nessuna meraviglia per il sostegno a pregetti che di naturale non hanno nulla, di scarsamente sostenibile molto.

Le obiezioni contro le vertical farm, un business - come le "rinnovabili" - solo per alcuni (fornitori di tecnologia in primis e chi sfrutta la "novità") sono quindi sia di tipo economico che ecologico. Il suolo non è qualcosa che deve essere "congelato" che non deve più essere disturbato. Queste considerazioni vanno lasciate agli ambientalisti. Se si coltiva in modo agroecologico il suolo produce cibo conservando la fertilità e fornendo un sacco di servizi ecosistemici (come abbiamo evidenziato nel post precedente qui). le vertical farm possono essere concepite perché il terreno è stato ridotto quasi a un mero supporto meccanico (con livelli quasi azzerati di vita microbica e animale), un supporto che deve ricevere enormi input di energia sotto forma di concimi chimici (sintetizzati con grande impiego di energia elettrica come nel caso di quelli azotati), di lavoro meccanico per le lavorazioni profonde e ripetute. Allora nasce l'idea dell'idroponico, dell'aeroponico.

Se la "nuova agricoltura" deve essere valutata sul serio per la sua efficienza e sostenibilità, essa va confrontata con sistemi in pieno campo sostenibili che, pur facendo ricorso a nuove tecnologie, valorizzino il sole e la terra, i fattori di cui la pseudo-agricoltura vuole fare a meno. Per un confronto più sensato andrebbero confrontate le vertical farm con quei sistemi che, pur nel contesto di pieno campo, utilizzano sensori, Gps, droni oltre che con i sistemi, già ampiamente collaudati, di irrigazione a goccia (costo intorno ai 1000€/ha che consentono di risparmiare quasi i 2/3 dell'acqua dei sistemi convenzionali, con un rapporto tra investimento e risparmio idrico nettamente migliore rispetto alle serre idroponiche).

Ma che senso ha?

L'argomento decisivo per valutare la menzogna che si cela dietro il battage pubblicitario a favore delle vertical farm è rappresentato dall'esaltazione simmetrica delle wild farm, del rewilding metropolitano. Qui la wild farm a Londra per "salvare il pianeta". Agli ambientalisti non basta mettere le mani sulle aree remote pianeta con le loro, e sottolineiamo loro, aree protette. No, vogliono annullare l’agricoltura e creare la wilderness anche alle porte delle città. Esagerazioni? Non proprio se attorno alle città italiane, dopo i cinghiali, stanno arrivando, non per una "riscossa della natura", ma per sciagurate scelte e non scente politiche, i lupi.

Mentre si esalta la vertical farm che produce in un mq quello che la “vecchia agricoltura” produce in un campicello, si esalta anche, in funzione della “salvezza del pianeta” la wild farm a 70 km dal centro di Londra che poi non è altro che un allevamento brado di animali domestici di razze antiche e di selvatici. C’è una logica in tutto questo? Sì, soppiantare l’agricoltura prendendola nella tenaglia tra rewilding e fabbriche di cibo artificiale, comunque senza terra.

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