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Agricoltura e ambiente

Michele Corti, 31 Maggio, 2021

Resistenza e alleanza rurale

In tutto il mondo è in atto un attacco, di forza e dimensioni inedite, alla dimensione rurale, ma -  in prospettiva - anche quelle stesse componenti agroindustriali che apparivano parte subalterna del sistema  egemonizzato dalle multinazionali. Sotto la spinta, incentivata dalla pandemia, al "nuovo ordine mondiale", al great reset, la triste sorte, in passato riservata ai contadini, alle comunità rurali, al piccolo commercio e all'artigianato, viene prefigurata anche per chi pareva avere le spalle grosse, per le filiere che parevano ben inserite nel main stream, non solo economico e politico ma anche ideologico. Ancora oggi vediamo componenti del mondo agricolo difendere, come fosse una propria risorsa vitale, quella chimica che le tiene legate a un sistema di multinazionali che sta pianificando un futuro post-agricolo. Di fronte a uno scenario inedito, anche gli interessi rurali devono ridefinire strategie e alleanze. Cruciale è il rapporto agricoltura-ruralità, un rapporto in gran parte spezzato con l'adesione agricola al produttivismo di marca industriale, con le campagne ridotte a lande desolate livellate al laser e a deserti di biodiversità con le monocolture, con l'affermarsi di una separazione netta tra produzione agricola, residenza e svolgimento di altre attività (caccia, pesca, turismo, sport). C'è spazio, di fronte a minacce sempre più gravi e incombenti, per una ricomposizione, almeno parziale, della frattura tra ruralità e agricoltura? Per la ricomposizione tra mondo agricolo e attività venatoria (ma anche con le raccolte di frutti spontanei, l'equitazione, la pesca sportiva, le attività  ricreative nello spazio rurale)? Il ritorno a un nuovo ruralismo (da non confondere con il neo-ruralismo di matrice urbana) presuppone, non solo da parte della componente agricola ma anche delle altre categorie che fuiscono dello spazio rurale, di atteggiamenti nuovi, di maggiore corresponsabilità, in primis la consapevolezza che, operando in una logica di conflittualità reciproca, al di fuori di strategie e valori comuni, tutti saranno sconfitti.   

In tutto il mondo è in atto un attacco, di forza e dimensioni inedite, alla dimensione rurale. Esso è sferrato congiuntamente (al di là delle apparenze) da un animal-ambientalismo che ha assunto il ruolo di una religione (con i suoi dogmi, i suoi profeti, i suoi sacerdoti, i suoi "eletti") e dalle multinazionali. Così come l'animal-ambientalismo, anche il capitalismo delle multinazionali ha rafforzato enormemente il suo potere. E intende farlo valere. L'immenso potere conferito dal controllo di internet (in prospettiva sempre più "delle cose") e delle nuove tecnologie informatiche (A.I.), si aggiunge a quello già acquisito con la chimica, le biotecnologie, l'agroindustria, la grande distribuzione. Non a caso i big del web, dotati di risorse finanziarie e di potere politico enormi, stanno investendo nella produzione alimentare e nelle reti di distribuzione. Nelle ultime classifiche dei 10 uomini più ricchi al mondo 6 hanno a che fare con internet e l'informatica, 2 con Google.

In nome della "salvezza del pianeta", usando l'arma della paura, del senso di colpa, del "peccato ecologico", prospettando scenari apocalittici (solo ipotetici), i nuovi chierici millenaristi, e i loro sponsor ultramiliardari, vogliono tenere sotto controllo le masse con il monopolio del cibo e gli occhi informatici del grande fratello, eliminare i ceti medi e ogni attività economica indipendente, abolire la (piccola e media) proprietà privata, concentrare l'umanità nelle megalopoli e farle tirare la cinghia mangiando insetti e "mangimi" artificiali. Rispetto allo stadio precedente del capitalismo, che presupponeva una maggiore distribuzione del reddito per alimentare il consumismo, in quello attuale i profitti prosperano anche con una crescente concentrazione del reddito e della ricchezza. Il consumismo diventa meno necessario per il ciclo capitalistico e quindi non c'è bisogno di distribuire reddito come in passato. Queste tendenze, avviate negli anni '80 del secolo scorso, con le politiche neo liberali, continuano nel nuovo secolo, in Europa solo meno accentuate che negli Usa ai quali si riferiscono i dati seguenti.

Fonte

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Sostituire l'agricoltura con la wilderness e il cibo artificiale è la logica ed ovvia premessa di questo programma ed è qui che le due ali marcianti del "nuovo ordine mondiale", l'animal-ambientalismo e l'iper-capitalismo, trovano la loro perfetta saldatura: l'agricoltura e l'allevamento inquinano - dicono gli animal-ambientalisti - che, in attesa di una "transizione" che riporti l'umanità a pochi milioni di esseri umani o che preveda la trasmigrazione su altri pianeti (la "terra promessa"?), accolgono con entusiasmo i cibi artificiali e la pseudo agricoltura senza terra (le vertical farm, del tutto antiecologiche, di cui abbiamo parlato nel post precedente, qui). 


Cosa c'è di nuovo in questo scenario? Dal nostro punto di vista una cosa fondamentale: l'agricoltura industrializzata, che nella precedente fase del capitalismo aveva assunto un ruolo di "reparto esterno" dell'industria, ad essa del tutto subordinata (la componente di valore aggiunto agricola della filiera agroalimentare può rappresentare anche solo il 2%) oggi tende ad essere annullata, azzerata. La produzione di cibo viene "disaccoppiata" dalla terra. A fare le spese di questa tendenza non è solo la componente agricola basata sull'allevamento, ma anche - già oggi - la produzione vegetale. Il favore accordato dall'Unione Europea ai prodotti vegetali che simulano quelli animali (magra consolazione l'aver ottenuto solo di impedire le diciture "latte di ...") non deve consentire ai coltivatori di nutrire eccessive speranze. Innanzitutto perché le multinazionali del cibo artificiale coltivano direttamente i prodotti vegetali da essi utilizzati o li acquistano da altre multinazionali e comunque da determinate aree del mondo dove è attuata un'agricoltura fortemente industrializzata. Sino a che le materie prime saranno sostituite da altre ottenute senza terra o senza neppure coltivare piante. La criminalizzazione già in atto del vino non dovrebbe lasciare tranquilli i viticoltori.


Un nuovo puritanesimo per indurre alla penitenza alimentare

Per imporre quelle trasformazioni, che dovrebbero condurre al pieno controllo della produzione alimentare da parte delle multinazionali, esautorando l'agricoltura, si fa leva su un nuovo puritanesimo, un nuovo spirito di mortificazione e di autoflagellazione. Due sono gli ambiti dei sensi di colpa: quello dietetico-nutrizionale e quello dell'impronta di carbonio. Il peccato non è più offesa a Dio e al prossimo, non è più disordine morale (che, anzi, ogni richiamo alla famiglia e alla morale tradizionali sono condannati come eresia dalla nuova Inquisizione) ma è  l'offesa a Gea, al pianeta contro il quale pecchiamo con eccessive e inutili emissioni di CO2 e offesa al dieticamente corretto. Cosa faccia bene o male alla salute ci pensa il grande fratello a stabilirlo. Così, per un consumatore reputato eterno bamboccio (che è meglio non impari mai a leggere le etichette), ci sono i semafori nutrizionali a indicare cosa è buono e giusto cosa no. Adottati dalla Nestlè, sin dal 2019, saranno introdotti obbligatoriamente dal grande fratello di Bruxelles. Il latte finto, di piselli  (2,2% di proteine di qualità biologica inferiore a quelle del latte) è largamente artificiale. Per "assomigliare" al latte la multinazionale di Vevey deve aggiungere fosfato tricalcico, vit B2 e B12 e D. Ma queste operazioni non potranno mai compensare le centinaia di molecole bioattive del latte (presenti, meglio chiarirlo subito, maggiormente - in alcuni casi esclusivamente -, nel latte di ruminanti alimentati con foraggi freschi e buon fieno). Il finto latte della Nestlè sarà però benedetto e avrà uno "score A",  superiore al latte vero. Ma solo perché la scienza nutrizionistica rimane ancorata al paradigma riduzionistico che non attribuisce valore alle proprietà nutraceutiche (al confine tra alimento e farmaco), alle componenti non ancora completamente messe a fuoco ma di cui si conoscono le proprietà, a un approccio grossolano che si sposa perfettamente con quello dell'industria alimentare.  Vino, formaggi stagionati e salumi saranno classificati cibi al penultimo stadio di qualità dietetica, un solo gradino più in alto delle merendine spazzatura con i loro oli idrogenati, emulsionanti, conservanti, anti-ossidanti, coloranti, zeppe di chimica. Tutto ciò riflette la forza delle lobby multinazionali che, oltre che sulle istituzioni politiche, hanno molti modi per influenzare anche quelle mediche e scientifiche.

Il non latte della Nestlè (intanto c'è scritto milk)

La nuova morale prevede che ogni desiderio e ogni perversione siano lecite, siano un "diritto" inalienabile,  poi, però, intende regolare la vita quotidiana come mai nessuna dittatura è riuscita ad attuare.. e non parliamo di diritto alla privacy, in un mondo del capitalismo della sorveglianza che ti spia ovunque. Dalla sua, il grande fratello ha gli strumenti tecnologici che consentono non solo di spiare ma anche di controllare in modo attivo quello che facciamo e di privarci di ogni libertà di scelta. Pensiamo ai frigoriferi connessi, alle bottiglie connesse. Superata una certa dose di calorie o di grammi di alcool giornalieri il frigo non si aprirà, le bottiglie non erogheranno il loro contenuto (ovviamente non sarà lecito "nascondere" cibo e alcoolici e detenerli in modalità che sfuggano al controllo). Il grande fratello si preoccupa (dice lui) della nostra salute e della salute del pianeta,  vuole tenerci a stecchetto per il bene nostro e delle generazioni a venire e concederci solo mezzo bicchiere di vino annacquato, mezzo bicchiere di latte di piselli, una manciata di farina di tarme, qualche foglia di insalatina cresciuta alla luce dei led in idroponica. Gli schiavi dell'antichità stavano meglio perché per non rovinare il capitale i padroni li alimentavano abbastanza bene.  Non parliamo delle bistecche, peccato mortale (in un contesto dove peccato e inferno sono dichiarati dalla chiesa ex cattolica concetti "superati"). È il trionfo dei novelli puritani, dell'ascetismo coatto, dei nuovi Girolamo Savonarola, degli "eletti" che si senton0 in diritto di mortificare, sadicamente, il prossimo.

Il capitalismo "sostenibile" vuole distruggere l'industria lattiero-casearia

La Nestlè, con il suo Wunda, non lancia proclami vegan-ambientalisti, crociate contro le produzioni animali come, vedremo oltre, fanno altri. Non potrebbe farlo, considerata la sua storia. Punta al profitto offrendo, come sempre nella storia dell'industria alimentare, nuovi prodotti che rispondono a una domanda di novità da parte di un consumatore sprovveduto, disposto a pagare caro l'assemblaggio di materie prime low-cost, oggetto di nuove modalità di trasformazione, manipolazione, e ricombinazione e... il fattore modaiolo, cui pensano i media (appendice del sistema tecno-industrial-finanziario. Nestlè nasce nel 1866 con il latte in polvere, ampliando poi l'attività produttiva al cioccolato al latte e al latte condensato. Se, oggi, il finto latte farà chiudere stalle e latterie non sarà una novità. I prodotti Nestlè hanno soppiantato il latte materno sulla base di indicazioni mediche "igieniste" che sono state nel tempo sconfessate, sino alla recente "riabilitazione" dell'allatamento al seno (da non riabilitare, invece, generazioni di pediatri che prendevano soldi dall'industria). Ma, oltre a privare del latte materno generazioni di bimbi in tutto il mondo, Nestlè, con il suo latte in polvere e condensato (un "lunga conservazione" in anticipo dell'era UHT) ha anche  dirottato il consumatore dal consumare latte fresco delle latterie e stalle "a km 0".

Non ha la storia della Nestlè, invece, la rampante Oatly che proclama apertis verbis: «Il nostro obiettivo è distruggere una delle più grandi industrie del mondo – quella della produzione del latte – e nel processo aprire una nuova strada per il sistema alimentare», ha scritto Toni Petersson, amministratore delegato di Oatly, prima della quotazione al Nasdaq. Il tenore delle campagne pubblicitarie della società è altrettanto aggressivo.  Per operare il salto, da una piccola azienda che operava in Svezia a una società quotata a Wall Street, Oatly è ricorsa alla società leader di investimenti  Blackstone, del miliardario Stephen Schwarzman. Blackstone è responsabile, attraverso due società brasiliane (Hidrovias do Brasil e Pátria Investimentos) della deforestazione dell'Amazzonia. Blackstone possiede la maggioranza di Hidrovias mentre Pátria è possedura per più del 50% da Hidrovias e, per un 10%, dalla stessa Blackstone.


Queste società di logistica operano il trasporto della soia e del grano con immense chiatte. Esse muovono dal nuovo terminal fluviale di Mirituba, collocati su un affluente del Rio delle Amazzoni, nello stato del Paranà. Il terminal è gestito da Hidrovias e può operare grazie alla nuova autostrada M-163 che le società controllate da Blackstone hanno contribuito, attraverso il reperimento di capitali, ad asfaltare e gestire l'infrastruttura. La gravità di tutto questo è legata al fatto che il "bacino" di produzione agricola (soia e grano) creato dalla M-163 è l'unica area del Brasile (dove, nel complesso, le foreste stanno riguadagnando terreno) che vede avanzare la deforestazione. Il volume dei cereali e della soia trasportati attraverso la nuova infrastruttura (centinaia di milioni di tonnellate) giustifica le accuse.  Impossibile negare il ruolo, almeno indiretto, di Blackstone nella deforestazione. Ecco allora che Oatly, che punta su consumatori vegan per moda, o comuque convinti di fare scelte positive per la propria esclusiva salute, ma anche su consumatori "consapevoli", che credono che la "consumare finto latte salvi il pianeta, ha dovuto arrampicarsi sugli specchi per spiegare ai propri fan e clienti la giustezza della scelta di farsi finanziare da Blackstone (qui)(lettura divertente e istruttiva).

Una chiatta di Hidrovias che trasporta la soia ai porti marittimi verso le destinazioni global

A parte il solito macchiavellismo ("il fine giustifica i mezzi"), che nella storia ha giustificato i peggiori orrori (vedi Hiroschima), Oatly azzarda contorte argomentazioni. Quella che (per loro) dovrebbe risultare la più convincente si basa sull'astruso concetto che, offrendo al "cattivo capitalista" un'occasione di elevati profitti, costui sarà indotto a disinvestire dai business "sporchi". Ma la logica del capitalismo spinge ad allargare all'infinito la "circolazione del capitale" di marxiana memoria. Le strampalate argomentazioni di Oatly presuppongono che i business "verdi" diano sempre alti rendimenti, quelli "sporchi" meno, che il business "buono" sia capace di offrire indefinite possibilità di investimento. Aria fritta.  


La natura strategica dell'attacco ai sistemi di produzione animale

Il caso Oatly è, dal nostro punto di vista, altamente illuminante. Da una parte il business del finto latte non solo non nasconde ma, anzi, proclama, come un grido di guerra, di voler combattere l'industria lattiero-casearia "tradizionale" causa di una buona parte (secondo loro) dell'effetto serra (tanto da sospettare che ci si trovi di fronte al classico capro espiatorio). Dietro questi proclami ideologici c'è la spregiudicatezza di un business senza scrupoli, che non si pone problemi etici ad essere finanziato da chi finanzia la deforestazione amazzonica. Esso intende far leva su consumatori influenzati dalla propaganda delle organizzazioni ambientaliste che, con i loro anatemi, le loro profezie apocalittiche, le loro benedizioni e ecoindulgenze (sono o non sono la nuova chiesa e la nuova religione legittimati, oltre tutto, da una chiesa allo sbando?) agiscono direttamente per favorire determinati interessi capitalistici (anche a scapito di altri, meno forti e spregiudicati). Basti pensare a certe campagne sulla soia "sostenibile" o sulle "energie rinnovabili".  Gli ambientalisti, del resto, ricevono finanziamenti dalle multinazionali e praticano lo scambio reciproco di cadreghe (nei board di amministrazione). Per gli economisti, nelle loro fredde ma a volte lucide visioni, le organizzazioni ambientaliste rappresentano una industry, come le altre, una componente organica del sistema del capitalismo delle big corporation, con i suoi fatturati e i suoi business plan, con i suoi manager, intercambiabili con altre companies. Ma, proprio perché c'è questo nesso organico tra ambientalismo e business, va  preso sul serio il grido di guerra di Oatly. Proprio perché è strumentale, proprio perché è spregiudicato, proprio perché è solo una strategia di profitto esso è pericoloso. Si tratta di un business che, per crescere, necessita di alimentare una campagna aggressiva contro i prodotti animali, miscelando affari e ideologia (un'ideologia che assomiglia sempre più maledettamente a una nuova religione di stato). La campagna contro le produzioni animali, in cui si distinguono anche i politici nostrani (vedi il "nostro" ministro della "transizione ecologica") non avrebbe la forza che sta mostrando se con corrispondesse a interessi strategici del capitalismo delle multinazionali. Dopo aver ridotto la componente agricola delle filiere a misera cosa (con il latte a 37 cent da noi e 25 in Lituania) la prospettiva di sostituire in larga misura le filiere lattiero-casearie con i prodotti artificiali è molto alletante per garantire profitti durevoli. 


Un aspetto che è bene tenere presente è che, rispetto alle filiere di produzione dei cereali e della soia, quelle zootecniche, almeno in Europa, continuano a essere basate su aziende che, tranne le debite eccezioni, sono a dimensione famigliare. Basti pensare che, ancora nel 2016, in Olanda, paese all'avanguardia zootecnica, erano più le vacche da latte allevate in piccole stalle con 50-100 capi che quelle presenti nelle stalle più grosse e che, in Italia, sempre nel 2016, solo il 22% delle vacche da latte erano allevate in stalle con più di 100 capi. La strada per un controllo più stretto da parte delle multinazionali della produzione di alimenti passa quindi più facilmente per la sostituzione dei prodotti animali con "sostituti" di origine vegetale. Scordatevi la contabilità da ragionieri (spesso astrusa e contestabile) della CO2, vi sono in ballo poste ben più concrete.  Nel caso della produzione delle materie prime vegetali vi sono molti meno limiti al controllo della produzione di vaste superfici, alla sostituzione di prodotto di una provenienza con quella di un'altra area, al trasferimento rapido di risorse (l'industria del latte ha tempi lenti, condizionati da quelli biologici della riproduzione e sviluppo animale).

Un sistema interconnesso e interdipendente che assimila l'agricoltura all'industria per poi... scaricarla

Se è vero che, dietro i finti latti, ci sono business strettamente intrecciati con sistemi di finanziamento, produzioni agricoli, trasporti altamente insostenibili (direttamente nel caso della soia, indirettamente in quello del "latte" di avena), non si può dimenticare che, oggi, oltre il 70% della soia è destinato agli allevamenti intensivi, quelli - per essere chiari - che dipendono per l'alimentazione del loro bestiame da prodotti non ottenuti in azienda o nel territorio. La soia è una delle colture più legate all'uso di diserbanti (vedi, in Argentina - il caso più eclatante e citato -, gli impatti sulla salute dell'uso del glifosate) e alla deforestazione (insieme alla palma). Il suo utilizzo è crescente perché, paradossalmente, crescono insieme i consumi di prodotti animali (vedi Cina) e quelli di prodotti vegan (soprattutto in Europa). La maggior parte della soia è destinata all'allevamento suino ma, non si può dimenticare che anche l'allevamento da latte ne è fortemente dipendente (come sanno bene gli allevatori che pagano la soia il 40% più del periodo pre-Covid). Base dell'alimentazione dei maiali e delle vacche che producono i "vanti del made in Italy", i prodotti dop quali i grana e i prosciutti crudi, sono il mais e la soia. E se la soia produce i suoi impatti negativi oltremare, il mais, seppure oggi largamente importato (quando sino a vent'anni fa eravano autosufficienti), i suoi impatti li esplica qui da noi. E non sono leggeri. L'ultimo rapporto Ispra sulla qualità delle acque dei nostri fiumi indica che la situazione non migliora. La presenza di pesticidi, oltre i limiti di legge, è da imputare alle monocolture del mais e del riso (pianura padana), ma, non dimentichiamolo in clima di caccia alle streghe contro le produzioni animali, anche alla viticoltura e alla melicoltura (Trentino-Südtirol).


Indubbio è quindi il forte intreccio dell'agricoltura (e dell'allevamwnto) con il sistema di quelle multinazionali che stanno operando la sostituzione dei prodotti di origine animale con quelli vegetali (un sistema che unisce "vecchie conoscenze" con nuovi attori). Non solo perché una materia prima come la soia è la stessa dei prodotti vegan ma anche perché l'industria che trasforma il latte europeo e che lavora le carni sta essa stessa acquistando marchi del settore della finta carne e del finto latte. Non solo Nestlè, ma anche i principali player europei del settore, stanno investendo nel finto latte e nei finti latticini. Uniliver, Kraft e Nestlè ma anche, per venire a marchi a noi noti, Danone, Lactalis, Granarolo.  Buona parte del latte italiano viene conferito a marchi che già stanno operando nel settore antagonista al latte (e alla carne). Essere nelle mani dell'industria e delle multinazionali non è rassicurante per i nostri allevatori. Essi dipendono da un sistema largamente governato dalle multinazionali, sia per l'approvvigionamento di mezzi tecnici che per lo sbocco dei prodotti. Come si fa a dormire sonni tranquilli sul futuro? Incorporato entro filiere agroindustriali, l'allevamento "intensivo" (non è poi una parolaccia e si può intendere in tanti modi)  si è evoluto sotto la spinta di prezzi sempre più vili del latte e della carne, mentre il rapporto tra questi prezzi e quelli delle attrezzature, dei mangimi, e dei fitofarmaci (per non offendere troppo coloro che si offendono e indignano a hiamarli con un nome che incute, giustamente, sospetto e paura) è andato sempre peggiorando, sino all'ultima impennata del prezzo della soia e dei cereali. Per reggere si sono ampliate le aziende (quelle scomparse non sono più lì a lamentarsi), intensificata la produzione, adottate tecniche e attrezzature per operare in tempi sempre più veloci, con capacità operative e potenze sempre maggiori. Una rincorsa inutile perché il rapporto tra prezzi dei prodotti e dei mezzi tecnici continua a peggiorare in quanto è l'industria ad avvantaggiarsi dell'aumento di produttività con il graduale peggioramento anche del rapporto tra prezzo pagato al produttore agricolo e quello del prodotto alimentare al consumo. L'immagine può essere quella di un limone spremuto, che poi viene gettato.

Quanto più le multinazionali spostano il loro business verso (pseudo) produzioni "amiche del clima", quanto meno esse saranno disposte a tutelare - per il proprio interesse -, con il peso del loro potere di lobbying, il settore della produzione animale dagli attacchi dell'ambientalismo che già ora preme per una pesante tassazione dei prodotti animali per favorire il finto latte e la finta carne. Troppo sono poi gli intrecci tra interessi agricoli (o di chi li rappresenta) e quelli industriali per sperare in un'efficace difesa dell'agricoltura.  In che direzione deve allora muoversi per sfuggire alla morsa tra ambientalismo e il sistema delle multinazionali dell'agrofood entro la quale rischia di restare stritolata? Con il rischio che esso appaia un mero slogan, ma con il proposito di fornire qualche elemento che lo sostanzi di contentuti, osiamo asserire: "Con l'alleanza rurale!". 

Presupposto dell'alleanza: ripristinare lo spazio rurale, annullato nella morsa tra parchizzazione, cementificazione, agricoltura industralizzata

Un primo punto fermo, da chiarire subito, riguarda la condizione di esistenza della realtà rurale che non può prescidere dalla presenza di un'agricoltura che produce cibo e alimenta filiere locali di trasformazione e consumo (pur potendo esportare parte del prodotto e pur potendo produrre, come anche un tempo, prodotti no food). Una landa di chilometri quadrati spianata al laser non è "paesaggio rurale",  non appartiene allo "spazio rurale". La differenza tra le lande dell'agricoltura industrializzata e la campagna è la compresenza, insieme alla funzione di produzione edi trasformazione di alimenti, di una componente residenziale. Se un paesaggio ameno, popolato di seconde case o ville non è più campagna, non lo è nemmeno il territorio sodomizzato da un'agricoltura industrializzata, che scaccia letteralmente gli abitanti per l'invivibilità delle condizioni che si vengono a determinare. Non sono solo le maxi porcilaie da 100 mila suini, le aziende bioenergetiche (cammuffate da agricole) per la produzione di biogas, le irrorazioni di liquami che inducono a scappare dalla (ex)campagna. Eh no, ancora una volta la caccia alle streghe contro le produzioni animali non deve far dimenticare che le monocolture insostenibili sono anche quelle della produzione vegetale.

Oltre agli inconvenienti delle maxi porcilaie vi sono anche le derive dei pesticidi (che fanno peggio alla salute, anche se va ricordato che nelle esalazioni di liquami e vasconi non c'è solo l'odore ma prodotti volatili tossici). Come nel caso delle colline del prosecco, una produzione insostenibile non solo per il largo uso di fitofarmaci, ma anche per le sistemazioni del terreno, i sistemi di lavorazione e il diserbo (glifosate) dei filari che provocano l'erosione. Uno studio dell'Università di Padova ammonisce che ogni bottiglia stappata dell'eccellenza della viticoltura veneta comporta la perdita di 4 kg di terra.

La vita rurale era caratterizzata da una multifunzionalità implicita: essa  garantiva l'espletamento di tante attività, alcune lavorative, altre al tempo stesso utilitaristiche e di  "svago".  Così per le raccolte (funghi, piante commestibili) e le attività  para-venatorie (piccoli animali, archetti per gli uccelli) e per la stessa caccia e pesca. Alle attività agricole erano connesse diverse attività artigianali (fabbri, falegnami, bottai, carradori, casari, mugnai, frantoiani).  L'agricoltura industrializzata ha comportato una drastica riduzione di queste attività. Filari, siepi,  boschetti, stagni, piccole aree umide creavano un mosaico che favoriva la presenza  di fauna selvatica terrestre,, di avifauna e di ittiofauna. L'uso massiccio dei pesticidi, nonché l'eliminazione delle "bordure", l'estensione a dismisura della dimensione dei campi, l'utilizzo di potenti e veloci macchine agricole e dei loro organi in movimento hanno contribuito direttamente (animali arrotati) o indirettamente (mancanza di rifugi, mancanza di risorse alimentari come gli insetti per la nutrizione degli uccelli) a fare un deserto dove furoreggiano i nocivi opportunisti che regnano su un territorio degradato e impoverito come nutrie e corvidi (gazza ladra e cornacchia grigia che hanno sterminato i passeracei). Sono cambiati anche i tempi e i ritmi delle lavorazioni, il tipo di residui colturali lasciati in campo. Sono diminuiti i prati stabili. Il risultato è un territorio che non consente la riproduzione di uccelli e mammiferi e la conseguente necessità del rilascio di selvaggina "pronta caccia" all'apertura della stagione che fa scadere non poco l'attività venatoria (vedasi i poveri fagiani che paiono dei polli pronti a farsi prendere con le mani) . Bastano questi pochi accenni per capire come la possibilità di alleanza tra mondo agricolo e venatorio, una delle componenti chiave dell'alleanza rurale, può essere possibile solo se, da entrambe le parti, si intende riconsiderare la propria attività.


Il mondo agricolo è esasperato dall'insostenibilità dei danni provocati dai cinghiali che, con buona ragione, attribuisce ai cacciatori i quali, in troppe zone e occasioni, come ampiamente documentato, hanno immesso cinghiali o scrofe domestiche nell'ambiente. Non solo ma non si assoggettano facilmente alle politiche di eradicazione (risparmiando le scrofe e riducendo il prelievo potenzialmente possibile). Ai cacciatori si può anche chiedere che prendano in considerazione una riforma che li coinvolga maggiormente nella gestione del territorio, superando l'anacronismo della selvaggina "patrimonio indisponibile dello stato" per assegnarne la proprietà ad associazioni territoriali (da non confondere con le riserve private) formate dai proprietari e conduttori dei terreni e dai cacciatori. Il riconoscimento alla parte agricola il diritto a ricavare (in forma consortile e associata con i cacciatori) un frutto dalla selvaggina rappresenta uno stimolo a cambiare rotta, a rivedere l'orientamento industrializzato dell'attività agricola, a ripristinare la campagna, la multifunzionalità. Purtroppo appena si accena a questi ragionamenti, che porebbero su solide basi l'allenza agrovenatoria, le associazioni e i singoli cacciatori si abbandonano alla demagogia: "volete la caccia solo per i ricchi". Non è così.  Ma se non si capisce che l'ambientalismo non perderà occasione per mettere sempre più bastoni tra le ruote all'attività venatoria e che solo l'alleanza con il mondo agricolo può creare un fronte di resistenza forte si merita di andare a casa.

Cambiare rotta, per esempio rivedendo il razionamento a base di trinciato di mais e mangimi proteici a base di soia a favore del ripristino dei prati permanenti, delle rotazioni degli erbai poliennali (medicai ecc.), ripristinando anche siepi, filari, stagni, significa al tempo stesso sottrarsi al circolo vizioso che l'industria impone all'azienda agricola (prezzi calanti, nuove tecnologie, aumento compulsivo della produttività (per vacca, per ettaro, per ora di lavoro) e creare opportunità di alleanza con il mondo venatorio ma anche il cittadino che cerca occasioni ricreative e la componente meno ideologica del mondo ambientalista. Consente, staccando il piede dal pedale dell'accelleratore, di valorizzare i reimpieghi, di ri-attivare attività e funzioni rurali un tempo già svolte in ambito agricolo: non solo trasformazione dei prodotti, in azienda o presso laboratori "di paese", ma anche funzioni abitative o turistiche, ricreative, venatorie (da estendere a una generalità di aziende e non solo a riserve e agriturismi). 

Prodotti più amici dell'ecosistema (di quelli vegan e pseudo eco)

Lo sbocco locale della produzione può certo trarre incentivo da un ripristino della qualità della campagna che, a sua volta può, anche riattivando la trasformazione artigianale, contribuire a fare rinascere - anche nelle lande ora abbruttite dalle monocolture intensive - le osterie di campagna (quelle vere, non le parodie per milanesi) una componente essenziale eun  nodo importantissimo della vita rurale. Lo stesso vale per i piccoli negozi che, insieme ai laboratori artigianali di trasformazione e alle osterie posssono ricreare un tessuto rurale credibile. Tutto ciò non può ovviamente  rappresentare l'unica soluzione per lo sbocco della produzione. Si deve aggiungere uno sviluppo della filiera corta che riesca a collegarsi con i mercati cittadini (mercati contadini, gas, abbonamenti spesa, spesa a domicilio). Ma tutto ciò non basta. Si tratta di entrare nei mercati con prodotti che rispondano a quelle esigenze del consumatore che, in modo distorto, l'industria intende soddisfare con i finti latticini e la dinta carne. Le stesse grandi industrie del settore lattiero-caseario si stanno  rendendo conto che la risposta al "non latte" e al "non yoghurt"  è l'offerta al consumatore di prodotti che, sul piano nutrizionale ma anche su quello dell'impatto ecologico, risultino superiori ai "succedanei" vegan. Non si riuscirà a convincere i vegani militanti, che rifiutano anche i prodotti degli animali allevati nel modo più amorevole, che godono della piena libertà di esprimere il proprio comportamento specifico, che contribuiscono alla biodiversità, alle funzioni ecosistemiche dell'agricoltura ecc. ecc., però si potrà fare breccia su chi intende l'ecologia non come una religione dogmatica e arcigna ma qualcosa da verificare senza pregiudizi. Nel post precedente (qui) abbiamo messo in evidenza come l'allevamento animale, favorendo la fertilità naturale, sia attraverso la produzione di concime organico che attraverso l'alimentazione a base di foraggi di prati e di pascolo, può favorire a ridurre gli impatti climalteranti, specie attraverso il ripristino di quella dotazione di sostanza organica che l'agricoltura industrializzata, con l'eccesso di lavorazioni del terreno, la costipazione del suolo, l'uso di concimi chimici e pesticidi, ha dilapidato. Dobbiamo farlo non solo per stoccare CO2 (che nell'humus del suolo di una prateria può essere immobilizzato molto più a lungo che nel soprassuolo forestale) ma per ridurre il fenomeno erosivo che l'agricoltura industrializzata ha reso grave, per ripristinare le capacità del terreno agrario, riportando una ricca vita biologica di nutrire e proteggere le piante, di accumulare acqua, di detossificare e depurare.  


Oggi, ascoltando gli interessi industriali che la vogliono tenere in pugno (fino a quando la daranno in pasto all'ambientalismo come vittima sacrificale), la zootecnia e l'agricoltura tutta non riescono a concepire uno scenario diverso, a capire che quello spazio che si apre per prodotti percepiti (si sottolinea percepiti) come più amici dell'ambiente può essere colmato, con prodotti realmente ecologici, dalla zootecnia e dall'agricoltura stesse. Se cambiano rotta, se si staccano dal giogo industriale che, per esempio, porta le organizzazioni agricole svizzere (nonostante la forte diffusione dell'agricoltura biologica in Svizzera con oltre il 10% del fatturato alimentare e il 16% della superficie agricola) a difendere in modo accanito i pesticidi, ovvero la dipendenza all'industria chimica (in Svizzera c'è Novartis, guarda caso). Non c'è dubbio che la transizione a un'agricoltura senza pesticidi di sintesi non può che essere graduale. I sistemi agricoli si sono modellati sull'utilizzo di pesticidi e concimi chimici (a partire dalle varietà coltivate) e sono necessarie forti misure di sostegno per un passaggio ad un sistema senza fitofarmaci. Ma vedere le organizzazioni agricole fare campagna pro pesticidi, allendosi con l'industria chimica contro il consumatore (che, in questo caso ha pieno diritto di dire la sua, non come nel caso del referendum sulle modifiche alla legge sulla fauna per poter contenere la proliferazione dei lupi) lascia l'amaro in bocca perché significa dare argomenti all'ambientalismo e, invece di cercare l'alleanza, quantomeno la comprensione, del consumatore (urbano e non) preoccupato per la salute dell'ambiente e propria, spingerlo sulla linea ambientalista radicale (in tema di parchi e grandi predatori tanto per cominciare). Ma è anche la possibilità stessa di un'alleanza rurale, in nome di una campagna più vivibile e attrattiva che viene resa più difficile dalla linea pro pesticidi delle organizzazioni agricole, mentre ci si accoda a un'industria che proma o poi pugnalerà l'agricoltura alle spalle A Malles, in Südtirol, non sono stati gli ecologisti da salotto a votare a favore del referendum contro i pesticidi ma gli abitanti rurali, che subiscono le conseguenze delle deriva dei trattamenti "fitosanitari" ai meleti (in val Venosta monocoltura invasiva quasi come in val di Non).

Un aspetto della campagna contro di pesticidi a Malles, val Venosta (Bolzano)

D'altra parte, l'emancipazione del produttore agricolo dalla cultura produttivistica, quantitativa, utilitaristica, individualista instillata dall'industria, dalle organizzazioni agricole, dal sistema di consulenza pubblica e privata, dall'Università e dai centri di sperimentazione e ricerca, non è un fatto automatico ma una difficile conquista culturale. Non si chiede solo agli agricoltori di operare per il recupero di una cultura rurale che può salvarli dal rimanere schiacciati nella morsa tra ambientalismo e multinazionali, ma si chiede anche ai cacciatori, ai fruitori della campagna di riavvicinare la propria mentalità a quella rurale e di riavvicinarsi al mondo agricolo . Lo si chiede agli abitanti dei piccoli centri che si lamentano per la vicinanza di una stalla, che magari ha una concimaia "tradizionale" che profuma di buon letame (e che non si rendono conto quanto la pulizia dell'industria, la mania dei disinfettanti, nascondano lo sporco chimico, quello dalle conseguenze subdole). Si richiede un recupero di cultura rurale al consumatore (urbano e no) che chiede prodotti artigianali e genuini, ma poi si lamenta se non sono sempre uguali a sé stessi, se presentano qualche difformità estetica, non capendo che la produzione su piccola scala, con tecniche e attrezzature artigianali si adatta alle condizioni cangianti dell'ambiente ed è esposta a fattori contingenti che non sfiorano la grande industra alimentare. L'alleanza rurale presuppone il dialogo tra le sue diverse componenti, tenendo presente che la parte agricola è il cardine ma che anch'essa deve operare per migliorare quelle funzioni che favoriscono tutti gli altri attori rurali.


L'alleanza rurale non può essere una sommatoria di componenti agricole, venatorie, turistiche, residenziali ecc. Tutte profondamente segnate sia dalla deruralizzazione in senso agroindustriale di quelle che erano le campagne che dalla falsa neo-ruralizzazione "di consumo" che i sociologi definiscono "gentrificazione" e che possiamo tradurre in linguaggio comune come il processo di trasformazione della campagna in un fondale scenico in grado di corrispondere ai desideri e ai capricci degli scappati dalla città rural-chic (vedi qui le nostre considerazioni sui conflitti tra gli "scappati" e il mondo rurale autentico che, in Francia hanno portato all'approvazione di una legge per la tutela dei "rumori della campagna: canti di galli, campane, muggiti, gracidare di ranocchi ecc.).

Uniti, ma se si eliminano le aberrazioni dell'eccessiva industrializzazione agro-zootecnica

Quando diciamo che ogni componente deve operare l'avvicinamento alle altre riducendo il conflitto in atto o potenziale e operando per aumentare i fattori di incontro, ci riferiamo, vale ribadirlo, anche alla componente agricola. Se è vero che l'attacco ai sistemi di produzione animale, e più in generale a tutte le attività agricole portato avanti dall'ambientalismo e dalle multinazionali, non risparmia "estensivi" e "intensivi", bio e convenzionali, piccoli e grandi, è anche necessario ribadire che ci sono sistemi di produzione che concorrono in modo pesante agli impatti ambientali, al degrado del paesaggio, all'invivibilità della (ex)campagna, alla diffidenza del consumatore per le produzioni animali e vegetali. Detto questo non si può fare di ogni erba un fascio e condannare come insostenibili un'azienda, un comparto solo per via delle sue dimensioni. Sia l'impatto ambientale che il benessere animali non sono scontati e vanno valutati nel concreto. Quindi niente "buoni" e "cattivi" a priori. L'alleanza rurale non può non comprendere quelle componenti che intendono muoversi verso una logica agroecologica anche partendo da condizioni di partenza frutto di una generalizzata (auto) sottomissione economica, tecnica, culturale al sistema agroindustriale. Le tendenze in atto stanno trasformando quelle che sembravano filiere forti in nicchie, aziende grosse in aziende che fanno fatica. 


Però va rifiutata anche la linea "tutti i gatti di notte sono grigi" e "volemose bene", mettendo davanti come una facciata la piccola azienda che fa pascolo e usa prevalentemente il fieno di montagna, che si limita a produzioni compatibili con la realtà climatica e agronomica. Non vale sostenenere che questa operazione è alla fine legittima perché,  "in fondo siamo tutti uguali". La linea che "copre"  sistemi che fanno largo uso di pesticidi e concimi chimici, che hanno eliminato la biodiversità, ogni filare di alberi tanto per cominciare, che praticano il diserbo dei  fossi con il glifosate, che trattano la terra in modo talmente brutale da non far sopravvivere un lombrico non è una linea credibile e non porta da nessuna parte. Alcuni dicono: "facile, tanto in montagna non si può produrre di più, qui in pianura abbiamo costi tali che ci costringono a spingere la produzione, a sfruttare la terra e gli animali". Ma in pianura resta comunque più agevole applicare la meccanizzazione, il clima e la disponibilità di acqua di irrigazione (dove c'è) pongono comunque meno vincoli che in montagna. Restare inchiodati (salvo quel tanto imposto  dalla condizionalità Pac) alla monocoltura del mais (da triciato o pastone) è miope. A ruota di Mila (Bolzano), che per prima ha lanciato il latte-fieno (più ricco di omega-3 e acido linoleico coniugato ma non solo) anche altre aziende (per esempio la latteria Soligo che raccoglie latte nella montagna veneta) hanno seguito l'opportunità di utilizzare la certificazione europea STG (Specialità tradizionale garantita) che, meno nota delle DOP e IGP, rappresenta una compensazione (peraltro non nuova) per le tante mosse di Bruxelles, a favore delle multinazionali. A produrre latte-fieno è arrivata anche Granarolo, che non raccoglie latte sui masi. Anche in pianura si può recuperare sostenibilità dei sistemi agrozootecnici, rinunciare alle concentrazioni aberranti (diverse volte tanto quelle concesse dalla direttiva nitrati eluse con deroghe varie). Non ha senso parlare di agroecologia e ammettere che certe, mentre in certe aree della bassa Lombardia interi territori scoppino di Uba, con mega allevamenti suini e stalle da duemila vacche da latte (che poi devono ricorre a "rimedi" come il biogas che rischiano di creare nuovi problemi)  le monocolture viticole e ulivicole in intere regioni del centro-sud facciano il "deserto zootecnico", esponendo il suolo agrario, già povero di sostanza organica per via del clima, alla desertificazione.
Da decenni si fanno progetti sulla produzione di proteine vegetali e rotazioni in alternativa alla razione soia + mais; si tratta di passare dalla teoria alla pratica e non possono che farlo le aziende agricole, senza aspettarsi chissà quali aiuti dall'alto ma creandosi, da sole o in collaborazione con altre aziende, degli sbocchi nuovi per i loro prodotti (in alternativa a conferire a Lactalis e simili).  Di certo la Ue, che infila la sostenibilità e l'ambiente in ogni frase, potrebbe fare di più (non l'ha fatto nemmeno in occasione dell'ultima "riforma") ma questo giustifica stare ancora fermi?

L'ambientalismo lavora, le multinazionali anche; vogliono tagliare l'erba sotto i piedi all'agricoltura (anche quelle che ora comprano a prezzi insultanti la materia prima agricola). Non perché amano sul serio la "Natura" ma perché hanno fiutato le possibilità di metterla in difficoltà l'agricoltura, per i loro fini.

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