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nelle
foto (G. Moranda): fasi della trebbiatura della segale
in valle camonica (luglio 2009). Si ringrazia la Comunità
Montana di Valle Camonica responsabile del progetto
per averle messe a disposizione
Nonostante
le difficoltà i programmi pilota di reintroduzione
della segale vanno avanti.
Da
segnalare oltre al progetto in atto in Valle Camonica
anche quanto in atto a Poschiavo (Canton Grigioni, al
limite con la Valtellina) dove, nell'ambito del progetto
'Dal
campo alla tavola', è
stato restaurato un vecchio mulino http://www.mulinoaino.ch/
che ora è tornato attivo e macina segale e grano
saraceno coltivati in loco. Con questi si produce
una farina utilizzata da pasticceri e ristoratori (la
provenienza è ben evidenziata nel menù). Da segnalare
anche le iniziative di Piero Roccatagliata di Teglio
che, oltre al grano saraceno, coltiva anche segale,
orzo e mais http://www.furmentun.it/coltivazione.html
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Dal
sudtirolo alle alpi lombarde e svizzere, dove il consumo
di 'pane nero' non si era mai persa ma da decenni la
segale non si produceva più stanno moltiplicandosi
le esperienze di ritorno alla coltivazione
La
montagna torna a produrre pane
di
Michele Corti
Tra il 1937/39 e il 1993 la produzione di segale nel Trentino Alto Adige è calata da 186.000 a 5.000 quintali.
Le valli asciutte del Sudtirolo erano particolarmente
adatte alla coltivazione della segale, tanto da rappresentare
un vero e proprio 'granaio'. Nonostante la ripresa della
coltivazione l'Istat per il 2009 regista sero ettari
investi a segale. Anche in Trentino, Valle Camonica,
Valtellina, però, la coltivazione della segale era fortemente
radicata tanto che la tradizione del pane nero non è
mai stata abbandonata. Personalmente ho ancora
impresso il ricordo (infantile) dei campi di segale
che negli anni '60 caratterizzano le piane dell'alta
valle Camonica.
Il
pane nero l'ho parimenti conosciuto molti anni fa. Era
obbligatoria e rituale la sosta a Grosio per far scorta
di pane di segale durante le gite in Valtellina - direzione
Livigno o Bormio - con la famiglia (anni '70). Si mangiava
come un dolce quel pane 'rustico' e a casa ne tornava
poco. Ricordo che piaceva a tutta la famiglia e ci rammaricava
di non poterlo poi trovare a Milano o altrove anche
nelle località montane di villeggiatura che frequantavamo.
Va detto che quando ha cominciato ha diffondersi presso
i prestinai di Milano (anni '80-'90) il pane di
segale che si poteva acquistare era ben lungi dal corrispondere
all'idea (e al gusto) di quello montanaro.
Negli
ultimi anni non solo vi è stata una notevole ripresa
della produzione di pane di segale nelle zone tradizionali,
ma si è anche allargata l'area della sua produzione
(è scesa a valle!). In più sia la segale che il grano
saraceno hanno conosciuto una vera e propria espolosione
nella pasticceria e nella gastronomia. La grande industria
ha saputo cogliere quasi subito la tendenza al revival
dei cerali minori (motivata dalle ottime caratteristiche
dietetiche ma anche dalla voglia di sapori 'rustici')
e ora i cereali 'minori' sono finiti anche nel
'Mulino Bianco'. Come sempre succede nella dialettica
tra cibo 'industriale' e cibo 'locale' e 'artigianale'
quando l'industria si appropria di tendenze nate sul
terreno del 'ritorno al mangiare sano e tradizionale'
vi è - fortunatamente - una reazione da parte degli
attori locali che colgono le opportunità offerte dall'industria
in termini di penetrazione tra i consumatori
delle nuove/vecchie tendenze alimentari ma, al tempo
stesso il rischio di una concorrenza ad armi inpari.
Ecco
allora che la strategia degli attori del cibo locale
si fa più sofisticata e punta su una differenziazione
basata sul circuito breve e integrato: dal campo alla
tavola. Un punto di forza di questa strategia è legato
al forte valore assegnato ai mulini, quale componente
percepita importante del patrimonio culturale
locale. Il mulino esercita uan fascinazione particolare
ed intorno al restauro e al riutilizzo di queste vecchie
strutture è facile aggregare operatori culturali, turistici,
associazioni di volontariato. La spinta di chef e pasticcieri
che - consapevoli del successo dell'uso di preparazioni
a base di farine 'alternative' - chiedono farina 'km
zero' e la voglia di 'far girare le macine' stanno
ottenendo dei risultat. C'è una spinta nei
confronti dei contadini e degli enti locali in
grado di 'accompagnarli' nel non semplice percorso di
reintroduzione di colture abbandonate da decenni.
Ci
si scontra di fronte al problema del tipo di varietà
disponibili, della loro adattabilità alle condizioni
locali. Un grosso ostacolo è legato alla meccanizzazione.
E' evidente che le mietitrebbie (almeno qualle 'normali')
non possono operare sui terreni terrazzati. In compenso
la segale non è esigente e non soffre molto per malattie
(tranne la segale cornuta - Claviceps purpurea)
e attacchi di insetti. Richiede scarse concimazioni
perché tende ad allettare facilmente (non può essere
'spinta' con le concimazioni chimiche azotate e non
richiede molti pesticidi, un grave 'difetto' da un punto
di vista agroproduttivista). Non
è facile poi organizzare le operazioni di raccolta (mietitura
e successiva trebbiatura) quando si opera con fazzoletti
di terra a volte distanti.
Se
poi si tenesse conto del prezzo di mercato l'operazione
sarebbe del tutto in perdita. Fortunatamente il prodotto
non deve andare sul mercato e ha già i suoi canali.
I pasticcieri e i ristoratori sanno bene che l'incidenza
del costo maggiore della farina km zero è comunque limitato
e facilmente compensato dal 'valore aggiunto' legato
alla possibilità di poter proclamare l'origine della
materia prima.
In
ultimo una riflessione: queste produzioni lillipuziane
agli occhi dell'agroindustria possono apparire inefficienti.
Bisogna riflettere, però, sull'efficienza - in termini
di costi e benefici - del sistema agroalimentare globale
che ha messo 'fuori mercato' le coltivazioni locali.
Quanta energia spreca il sistema alimentare globale
? Quanto pane viene buttato via? Quanto stress (e relative
malattie indotte) determina l'ansia da alimentazione
provocata da in cibo che è sempre più delocalizzato,
di ignota provenienza, percepito come manipolato e insicuro?
E' difficile quantificare la gioia e la serenità indotte
dal poter consumare un pane si cui si sa da dove viene,
chi lo coltiva, chi lo macina, chi usa la farina per
ottenere il prodotto finito. Ma sappiamo che nel bilancio
dell'utilità (felicità) del consumatore conta.

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