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Materiali

Atti integrali del seminario di Milano del 10 dicembre 2011

 

Interventi di Robi Ronza, Dario Benetti, Michele Corti, Giancarlo Maculotti, Mariano Allocco, Enrico Dioli, Fausto Gusmeroli, Carlo Caffi, Massimo Moretti

 Vai alla pagina di introduzione

 

 

 

 

 

 

(04.07.12) Consapevole che non basta la difesa ad oltranza della ricca dote dell' "autonomia speciale" del Trentino il presidente Dellai gioca spregiudicatamente la carta dell'autonomia alpina. Per sbarcare a Roma. E arriva a Sondrio.

 

 

L' "autonomismo" alpino di Dellai

 

è una patacca ma può innescare un

 

vero progetto politico

 

 

Il presidente della PAT (Provincia autonoma di Trento) al suo terzo mandato si trova a dover concretizzare quel suo "ruolo nazionale" di cui si parla sin dalla sua ultima rielezione. La sua strategia personale si intreccia con una linea di "difesa strategica" dei privilegi "autonomistici"

 

Il clima si sta facendo sempre più pesante anche per il Trentino felix. Poste sotto il torchio dei tagli alla spesa pubblica le principali regioni che contribuiscono alla cassa romana (e che sono anche quelle che confinano con il Trentino) non possono più tollerare di vedersi sottratte risorse indispensabili per finanziare i privilegi dell'autonomia speciale, garantiti da una rendita di posizione geopolitica che appare sempre più anacronistica.

 

Dellai si è scoperto un ardente autonomista

 

Già all'inizio di quest'anno Dellai, a più riprese, ha richiamato i valori "autonomisti" per respingere  l' "ostilità" delle regioni vicine.  Soffre di mania di persecuzione. No. Ha ragione. L' indubbia ostilità nutrita dai vicini di casa è un fatto reale. Non è motivata solo dal dover contribuire (via Roma) al finanziamento dei lussi trentini (diversi dagli sprechi siciliani ma pur sempre irritanti). È motivata anche dal dover subire delle sanguinose beffe. Come quella della "fuga verso il Trentino" che ha spinto l'altopiano di Asiago (ma anche l'alto Garda bresciano) ad esprimersi a favore della secessione dal Veneto e dalla Lobardia.

Come quella dell'elemosina dei fondi DOI, una elemosina avvilente, concessa quale fondo di "perequazione" per comuni della montagna alpina che hanno la sfortuna di appartenere a regioni di serie B e che confinano con le privilegiate provincie autonome di Trento e Bolzano verso le quali (in attesa dello spostamento dei confini) emigrano le imprese locali in cerca di migliori servizi e maggiore sostegno.

Dopo alcune manifestazioni in piazza, dopo aver proclamato la saldezza delll'asse con Bolzano (un matrimonio d'interesse nel nome del "non toccateci la cassa" che non intacca la reciproca antipatia) Dellai, da abile e consumato politico qual'è, ha pensato che una difesa a riccio non basti. Così ha concepito una strategia "a largo respiro".

 

La trovata (un po' blasfema) di Chivasso

 

Il lancio mediatico della "rete dell'automia alpina" è avvenuto in una cittadina alle porte di Torino. Come mai? Perché lì - tanti anni fa - alcuni esponenti della sparuta ma coraggiosa componente federalista dell'antifascismo si incontrarono per mettere nero su bianco alcuni principi che avrebbero dovuto ispirare il "dopo", l'assetto politico che sarebbe subentrato a guerra finita. Nel 1943 a Chivasso c'erano personaggi di grande levatura morale e intellettuale, a partire da Emile Chanoux, leader - rientrato dall'esilio - dell'antifascismo valdostano di marcata impronta autonomista e francofila (poi trucidato dai fascisti su soffiata dei comunisti).

Il 10 giugno scorso a Chivasso c'erano, invece,  politici valdostani, piemontesi e trentini, alcuni in carica altri desiderosi di riciclarsi; c'era Enrico Borghi, presidente di quell' Uncem ovvero del "sindacato degli amministratori" che molti sindaci delle Terre Alte vedono più come una controparte (e come la rappresentanza corporativa di una casta) che come l'espressione delle comunità di montagna. Nel richiamarsi alla Carta di Chivasso Dellai & c. forse non si sono resi conto che le parole utilizzate dai federalisti di allora per denunciare la politica fascista ai danni della montagna alpina potrebbro essere utilizzate per condannare allo stesso modo la politica dei regimi succedutisi nel dopoguerra. E dei partiti a cui - pur nel cambiamento di sigle - sono stati legati o sono comunque affini i protagonisti della "nuova Carta di Chivasso".

 

... i vent'anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di «Roma doma» hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati: oppressione politica [...], rovina economica [...], distruzione della cultura locale [...]

 

Che i nuovi convenuti a Chivasso non siano poi così lontani dalla "vecchia politica" lo confermano, se ce ne fosse bisogno, le stesse parole di Giorgio Lunelli, consigliere regionale del Trentino Alto Adige dell'Upt (Unione per il Trentino = partito di Dellai) che ha organizzato l'incontro:

 

"si tratta oggi di creare un'altra politica che risponda all'antipolitica, sviluppando collaborazioni tra regioni della montagna sulla base dei valori alpini, promuovendo la solidarietà ma soprattutto evitare che il centrosinistra accentri troppo a Roma e che sia troppo di sinistra".

 

Un programma entusiasmante, non c'è che dire. Prima il richiamo i "valori alpini" temperati dalla "solidarietà" (a scanso di equivoci), poi il volo basso: "Caro centrosinistra non essere troppo romano e troppo di sinistra". In realtà Dellai è meno sprovveduto dei suoi. Dopo essere stato eletto con una maggioranza di centro-sinistra ha trasformato la lista personale in un vero e proprio partito che - dopo una temporanea convergenza - si è reso autonomo dall'Alleanza per l'Italia di Rutelli e ha messo il PD nell'angolo imponendo una linea centrista. Una linea che gli permette di muoversi in quella dimensione fluida dove galleggiano a mezz'aria varie esperienze (sempre allo stato nascente e mai in grado di materializzarsi): il movimento di Cacciari ("Verso Nord"), il partito di Montezemolo.

Dellai, di provenienza Margherita, tiene aperti canali preferenziali con queste espressioni che si riconoscono in un comun denominatore centrista (molto malleabile) ma si rende conto che, per andare a Roma con un minimo di peso politico, non basta puntare su Montezemolo. Le elezioni si avvicinano e bisogna trovare dove pescare i voti fuori dal Tretino.

 

 

Partito delle Terre Alte (o no?)

 

Il presidente della PAT preferisce lasciare aperta la sua "strategia" in attesa che decanti una situazione politica allo stato fluido. Cosa partorirà l'iniziativa di Dellai: un Partito del Nord, insieme a Montezemolo e Cacciari, in grado di approfittare del crollo di cedibilità della Lega? Un Partito delle Terre Alte? Le opzioni restano aperte. Per quanto abile egli sia sino a quando Dellai riuscirà a cavalcare contemporaneamente:

 

- Montezemolo e assistenzialismo;

- Schützen (molto blanditi) e un malinteso "solidarismo" di matrice catto-comunista;

- proclami alla democrazia partecipativa e un sistema semi-sovietico (in cui il controllo sociale da parte di "mamma provincia" e del vertici della Federazione cooperative è ferreo);

- una ostentata facciata di sostenibilità e sensibilità ambientalista e l'inceneritore di Trento (o la nomina, per espresso volere di Dellai, di Salamini - grande fautore degli Ogm - alla guida del "braccio agricolo" della Pat).

 

Quale modello Dellai va a proporre alle altre regioni alpine e all'Italia intera? Il modello di una cooperazione che ha coperto (con i soldi di "mamma provincia") i buchi di decine e decine di milioni della cantina La Vis e del caseificio di Fiavè) che ha consentito a Diego Schelfi di riconfermarsi per la quarta al timone imponendo una deroga al limite del terzo mandato e ottenendo, nonostante mugugni e proteste, l'assenso "quasi bulgaro" di 614 voti su 815? Dellai ha coperto tutte le operazioni assistenzialistiche e si è vivamente congratulato per l'elezione di Schelfi. Forse invidiandolo perché a "Lorenzo il Magnifico" (come qualche "dissidente" lo ha ironicamente battezzato) non è riuscito di trovare un inghippo per il via libera al quarto mandato.

 

 

Poca autonomia in casa

 

Il modello trentino che Dellai propone all'esterno non è solo il risultato di privilegi, che non possono essere certo "esportati" (si vuole semmai tenerseli ben stretti), ma è anche un cattivo modello di democrazia partecipata, sostenibilità, autonomia. Nel 1° Rapporto sulla democrazia partecipativa in Trentino, nellla relazione su: "Qualità della democrazia, partecipazione e governance" si legge:

 

“ L’ascolto dei gruppi della società civile è confinato alle istanze (di portata modesta) previste dalle procedure formali, mentre il confronto informale e dialogico è sistematicamente bandito… pag. 31 ”

“ Il confronto, quando avviene, è comunque sviluppato esclusivamente tra le istituzioni. I Comitati di cittadini, le Associazioni,… non sono mai esplicitamente coinvolti, anche quando hanno specifici argomenti da proporre e godono di una certa influenza sulla popolazione...  pag. 27).

 

Nell'ambito di situaizioni di conflitto (parlo per esperienza personale avendo seguito la vicenda biogas a Fiavè e qualla degli orsi in val Rendena) è inevitabile sentirsi dire: "Qui la gente non parla, ha paura ad esprimere pubblicamente le proprie opinioni, temono per il fido in banca, per l'appalto, per il contributo, per il posto di lavoro proprio e dei congiunti". Il controllo sociale è molto efficace e lo si vede bene nelle assemblee cooperative dove la maggioranza subisce imancabilmente le decisioni dei vertici. Altro che "liberi homines".

 

Allo scoperto: la macroregione alpina non ci piace (meglio lo status quo?)

 

Dellai & c. allora tendono a giocare sul "sindacalismo della montagna" sperando che, nella montagna di serie B, le valli - sentendosi dimenticate da Torino, Milano, Venezia - cedano alla lusinga di un "fronte comune" molto disuguale e asimmetrico, che porterebbe acqua solo a chi è privilegiato.

Così in occasione della recente riunione del 29 giugno dei presidenti delle regioni alpine a San Gallo (Svizzera) sulla macroregione alpina i trentini sono andati a mettere i loro distinguo e i loro paletti coprendo la loro disperata necessità di mantenere lo status quo (ovvero il potere centralista romano) con una specie di "sindacalismo della montagna". "Attenzione che nella macroregione Monaco e Milano ignoreranno gli interessi delle Terre Alte". Dellai non ha mancato di marcare il suo scetticismo per un progetto che, guarda caso, è vitale per la Lombardia e - alla lunga - capace di incrinare in modo non velleitario (come nel caso della  "Padania" leghista") l'impianto dello stato centralistra:

 

"Ma occorre precisare bene cosa ci convince e cosa invece no - aggiunge Dellai - perché gli obiettivi che i governi delle regioni di montagna si pongono sono molto chiari e non vanno confusi con quelli di chi spesso la montagna l'ha disinvoltamente ignorata"

 

Viene da dire: "Ma Roma è stata così sollecita con la montagna"? Forse con la PAT o la Regione Valle d'Aosta. Ma per il resto?

 

L'assessore provinciale trentino all'urbanistica ed enti locali, Mauro Gilmozzi, ha provveduto a chiarire le cose con un richiamo peloso e retorico alla storia e all'autonomia, che mescola antichi statuti di libertà con la proterva difesa del privilegio, le libere istituzioni di autogoverno con il potere delle caste, della burocrazia di una intelaiatura istituzionale "pesante". Agli antipodi con lo spirito alpino.

 

"Le Alpi sono terra di autonomia, dei 'liberi homines' citati negli antichi Statuti delle Comunità o delle Regole feudali, di comunità a cui è stata garantita la possibilità di fare da se' in cambio della custodia delle 'terre alte', delle montagne, mentre in pianura vigeva un sistema feudale completamente differente. Da queste radici storiche scaturiscono le diverse forme di gestione democratica e collettiva dei beni e delle risorse che caratterizzano anche le moderne Autonomie, a torto etichettate come forme di privilegio da chi non le conosce. Le Alpi, al contrario, sono uno spazio di vita, sono espressione di una comune cultura che si fonda su modelli economici ed istituzionali a rete, su principi di decentramento, su rapporti cooperativi e di solidarietà tra valli e città. Non si tratta solo di difendere le proprie prerogative autonomistiche su presupposti squisitamente etnico-linguistici: noi ci sentiamo in dovere di rilanciare il tema dell'Autonomia come paradigma di buon governo delle aree di montagna.

 

Sul buon governo abbiamo già detto. Sui "liberi homines" anche.

 

Nei prossimi giorni Dellai sarà a Sondrio. Una provincia dove la Lega alle ultime regionali ha avuto il 42%. Un pascolo ghiotto per Dellai che può sperare di racimolare una discreta percentuale tra gli scontenti della Lega, tra i tanti che sentono - giustamente sia ben chiaro - Milano lontana. Conta sul fatto che la Valtellina e il Trentino sono abbastanza lontani anche se i territori si toccano e il comune di Pejo in Val di Sole confinacon quello altovaltellinese di Valfurva (ma forse lo sanno in pochi). Conta sull'immagine di Trentino felix veicolata dai media (adeguatamente lubrificati), sulla scasa conoscenza del backstage. Forse anche sull'ingenuità.

A noi fa piacere che Dellai venga. Non importa chi sia, che stia lavorando palesemente pro domo sua. Importa che le Alte Terre si parlino  eche  si concepiscano come un soggetto politico, un soggetto che nel contesto attuale può rivendicare un nuovo ruolo. Finita e fallita la modernità le Alte Terre possono tornare al centro della scena.

 


La Carta di Chivasso

Testo della Dichiarazione dei rappresentanti delle popolazioni alpine  redatta a conclusione di un convegno clandestino tenutosi in Chivasso il 19-12-1943 e firmata da Emile Chanoux, Ernesto Page, Gustavo Malan, Giorgio Peyronel, M. A. Rollier, Osvaldo Coisson, meglio conosciuta come: "CARTA DI CHIVASSO".

Noi popolazioni delle valli alpine

CONSTATANDO

che i venti anni di mal governo livellatore ed accentratore sintetizzati dal motto brutale e fanfarone di "Roma doma" hanno avuto per le nostre valli i seguenti dolorosi e significativi risultati:

a) OPPRESSIONE POLITICA attraverso l'opera dei suoi agenti politici ed amministrativi (militi, commissari prefetti. federali, insegnanti), piccoli despoti incuranti ed ignoranti di ogni tradizione locale di cui furono solerti distruttori;

b) ROVINA ECONOMICA per la dilapidazione dei loro patrimoni forestali ed agricoli, per l'interdizione della emigrazione con la chiusura ermetica delle frontiere, per l'effettiva mancanza. di organizzazione tecnica e finanziaria dell'agricoltura, mascherata dal vasto sfoggio di assistenze centrali, per la incapacità di una moderna organizzazione turistica rispettosa dei luoghi; condizioni tutte che determinarono lo spopolamento alpino;

c) DlSTRUZIONE DELLA CULTURA LOCALE per la soppressione della lingua fondamentale locale, laddove esiste, la brutale e goffa trasformazione dei nomi e delle iscrizioni locali, la chiusura di scuole e di istituti locali autonomi, patrimonio culturale che è anche una ricchezza ai fini della emigrazione temporanea all'estero;

AFFERMANDO

a) che la libertà di lingua come quella di culto è condizione essenziale per la salvaguardia della personalità umana;

b) che il federalismo è il quadro più adatto a fornire le garanzie di questo diritto individuale e collettivo e rappresenta la soluzione del problema delle piccole nazionalità e la definitiva liquidazione del fenomeno storico degli irredentismi, garantendo nel futuro assetto europeo l'avvento di una pace stabile e duratura;

c) che un regime Federale repubblicano a base regionale e cantonale è l'unica garanzia contro un ritorno della dittatura, la quale trovò nello stato monarchico accentrato italiano lo strumento già pronto per il proprio predominio sul paese; Fedeli allo spirito migliore del Risorgimento

DICHIARIAMO

quanto segue:

a) AUTONOMIE POLITICHE AMMINlSTRATIVE.

l) Nel quadro generale del prossimo stato italiano che economicamente ed amministrativamente auspichiamo sia organizzato con criteri federalistici, alle valli alpine dovrà essere riconosciuto il diritto di costituirsi in comunità politico-amministrative autonome sul tipo cantonale;

2) come tali ad esse dovrà comunque essere assicurato, quale che sia la loro entità numerica, almeno un posto nelle assemblee legislative regionali e cantonali;

3) l'esercizio delle funzioni politiche ed amministrative locali (compresa quella giudiziaria) comunali e cantonali, dovrà essere affidato ad elementi originari del luogo o aventi ivi una residenza stabile di un determinato numero di anni che verrà fissato dalle assemblee locali;

b) AUTONOMIE CULTURALI E SCOLASTICHE. Per la loro posizione geografica di intermediarie tra diverse culture, per il rispetto delle loro tradizioni e della loro personalità etnica, e per i vantaggi derivanti dalla conoscenza di diverse lingue, nelle valli alpine deve essere pienamente rispettata e garantita una particolare autonomia culturale linguistica consistente nel:

1) diritto di usare la lingua locale, là dove esiste, accanto a quella italiana, in tutti gli atti pubblici e nella stampa locale;

2) diritto all'insegnamento della lingua locale nelle scuole di ogni ordine e grado con le necessarie garanzie nei concorsi perché gli insegnanti risultino idonei a tale insegnamento. L'insegnamento in genere sarà sottoposto al controllo o alla direzione di un consiglio locale;

c) AUTONOMIE ECONOMICHE. Per facilitare lo sviluppo dell'economia montana e conseguentemente combattere lo spopolamento delle vallate alpine, sono necessari:

1) un comprensivo sistema di tassazione delle industrie che si trovano nei cantoni alpini (idroelettriche, minerarie, turistiche, di trasformazione, ecc.) in modo che una parte dei loro utili torni alle vallate alpine, e ciò indipendentemente dal fatto che tali industrie siano o meno collettivizzate;

2) un sistema di equa riduzione dei tributi, variabile da zona a zona, a seconda della ricchezza del terreno e della prevalenza di agricoltura foreste o pastorizia;

3) una razionale e sostanziale riforma agraria comprendente:

a) l'unificazione per il buon rendimento dell'azienda, mediante scambi e compensi di terreni e una legislazione adeguata della proprietà famigliare agraria oggi troppo frammentaria;

b) l'assistenza tecnico-agricola esercitata da elementi residenti sul luogo ed aventi ad esempio delle mansioni di insegnamento nelle scuole locali di cui alcune potranno avere carattere agrario;

c) il potenziamento da parte delle autorità della vita economica mediante libere cooperative di produzione e consumo;

4) il potenziamento delle industria e dell'artigianato, affidando all'amministrazione regionale cantonale, anche caso di organizzazione collettivistica, il controllo e l'amministrazione delle aziende aventi carattere locale;

5) la dipendenza dall'amministrazione locale delle opere pubbliche a carattere locale e il controllo di tutti i servizi e concessioni aventi carattere pubblico. Questi principi, noi rappresentanti delle Valli Alpine vogliamo vedere affermati da parte del nuovo Stato italiano, così come vogliamo che siano affermati anche nei confronti di quegli italiani che sono e potrebbero venire a trovarsi sotto il dominio politico straniero.

 

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