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(29.12.11) Cinghiali: a che punto siamo? Alcune provincie consentono ai contadini-cacciatori di abbatterli

A ottobre la provincia di Asti con una delibera ha consentito ai contadini (con licenza di caccia) di cacciare liberamente il cinghiale nell'ambito dei fondi in conduzione. Sono anche autorizzati a macellare il capo abbattuto e ad utilizzarlo per autoconsumo. Qualche provincia lombarda era arrivata già prima ad attuare il provvedimento. .leggi tutto

 

(11.10.10) L'assedio dei cinghiali

Tutta la fascia prealpina lombarda è sotto assedio da parte dei cinghiali. Il cinghiale è un vero e proprio animale nocivo e non può essere gestito mediante la normale pratica venatoria. Lo dicono la gravità dei  danni ai prati, ai pascoli, ai vigneti, ai campi di mais, alle recinzioni, gli incidenti stradali, il rischio di diffusione di malattie, i pericoli per l'incolumità delle persone (un ferito a Sondrio e uno a Como questa estate). leggi tutto

 

(20.12.12) Zaia banderuola

Zaia per lisciare il pelo agli animalisti blocca il piano di controllo dei troppi cervi della foresta del Cansiglio. leggi tutto

 

(12.01.10) Cansiglio (Tv). Una boutade che non piace agli agricoli

Sul Cansiglio come in tante parti delle Alpi le aziende agricole che 'resistono in quota',   subiscono danni ingenti per l'eccessiva presenza dei cervi. Di fronte alle lamentele delle aziende agricole del Cansiglio Zaia appoggia un piano di abbattimenti ma il presidente della provincia di Treviso ha una idea geniale 'introduciamo gli orsi mangia-cervi'  leggi tutto

 

(27.04.09)  Valfurva (SO)

La vicenda dei cervi alla base di contestazioni contro il Parco dello Stelvio vai a vedere

 

(15.04.09)  Valseriana

Anche i caprioli contribuiscono all'assedio degli scampoli di ruralità periurbana

vai a vedere

 

(03.04.09) Valle intelvi (Co)

Basta riunioni e promesse. contro i danni sempre meno sostenibili di cervi e cinghiali si preparano iniziative politiche nel comasco vai a vedere

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

(10.01.13) Anche la zona alpina interna che non è area vocata al cinghiale vede l'avanzata dei suidi che, sui pascoli di alta montagna, provocano danni gravissimi. Anche in Trentino. Intanto a Trieste assolto un "bracconiere"

 

Cinghiali: flagello anche in Trentino

(e una interessante sentenza a Trieste)

 

di Michele Corti

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    In Italia l'approccio ai problemi faunistici è condizionato pesantemente oltre dal burocratismo onnipresente dalla sottovalutazione della dimensione sociale di questi problemi valutati come faccende che riguardano i soli cacciatori, gli ambientalisti e - se va bene - gli agricoltori. Invece riguardano aspetti chiave della gestione del territorio e della vivibilità della montagna. Sono problemi politici di primo piano.

    Quando si parla con i contadini, con i malghesi a proposito dei danni della fauna vengono sempre fuori considerazioni tipo: "a noi fanno i verbali se una capra scorteccia una pianta, se spostiamo una badilata di terra, se tagliamo un abetino che invade il pascolo mentre i cervi possono devastare i boschi, mentre i cinghiali distruggono ettari di pascolo".

    Perché? Perchè loro solo selvatici, proprietà indisponibile del principe (ovvero dello stato), sono su un piedistallo.

     

     

    La farsa dei "selvatici" e del loro statuto di valore

     

    Una volta erano intoccabili perché, per l'appunto, dei signorotti (ai quali è subentrato lo stato), poi - senza che peraltro sia stata aggiornata la loro natura giuridica - sono rimasti sul piedistallo perché in un mondo artificializzato e insozzato dall'industrializzazione ciò che è "naturale", "selvaggio" è diventato di per sé da proteggere, pregiato. Così, per statuto. 

    Ma che senso ha continuare nella farsa di una selvaticità che non esiste. Nel Cansiglio e nel Parco dello Stelvio (vedi articoli nella colonna a fianco) i cervi raggiungono concentrazioni pari a dieci volte quelle compatibili con il rinnovamento naturale forestale (e di un "prelievo sostenibile" a danno dei prati dei contadini). Pascolano come pecore e di fatto sono di fatto allevati dai Parchi per la gioia dei verdi. Ancor meno naturale è il cinghiale. Quello autoctono (che fino a un secolo fa popolava le aree esterne del massiccio alpino) è estinto ma quelli attuali non sono neppure maraemmani: sono un ibrido tra cinghiali di origine ungherese e suino domestico, frutto dei lanci di porcastri o di scrofe da parte di cacciatori la cui cultura venatoria è pari, per arretratezza e ottusità, a quella pseudoecologica dei verdi.

     

    L'assedio dei selvatici è effetto e causa di un abbandono della montagna che ha nulla di naturale e tutto di politico

     

    Il dato politico più significativo, però, è che cervi e cinghiali sono il risultato dell'abbandono della montagna, non per una inevitabile catastrofe naturale o per ineludibili processi sociali ma per scelte politiche. Si è voluto strangolare le piccole aziende (agricole ma non solo) con la burocrazia, si è ostacolata la pluriattività e la multifunzionalità che in montagna sono "naturali". Si sono incanalati i contributi verso le grande aziende che stanno "in montagna" ma che non sono "di montagna". Quelle con gli stalloni e i mangimi - che non vanno più in malga - ne sono l'emblema. Nulla di inevitabile visto che, parlando di Trento, basta constatare come oltre Salorno hanno seguito una politica opposta e i bauer, i masi, pur con le loro difficoltà ,sono ancora lì, con 15 vacche per stalla e due camere per l'agriturismo.

    Cervi e cinghiali non solo solo l'effetto dell'abbandono ma ne sono anche la causa. L'assedio dei selvatici diventa un fardello difficile da sopportare. Ci sono i danni, ci sono tutte le misure da adottare per "blindarsi". Chi vive in villaggi in quota, in piccoli nuclei e case rurali isolate lo sa bene. L'assedio della wilderness si è fatto pesante: oltre ai danni agricoli ci sono gli incidenti stradali, i rischi di trasmissione di malattie agli animali domestici.

    C'è anche un rischio gravissimo: cervi e cighiali possono aiutare (o giustificare) l'insediamento di lupi e orsi. L'ultimo stadio.

     

    Cinghiali in Trentino

     

    Nell'ultimo anno le proteste per la presenza e i danni dei cinghiali si sono infittite anche in Trentino. Il problema non è nuovo dal momento che nella provincia autonoma il cinghiale apparso sin dagli anni '80 per introduzione in una riserva di alcuni capi e per penetrazione dalla provincia di Brescia dove i locali cacciatori hanno attuato i "lanci" di cui sopra. Negli anni i cinghiali hanno risalito le valli del Chiese ma anche la Vallagarina (dal Veneto) e si sono diffusi nell'area a Est di Trento e in Valsugana.

    Le immagini riportate in questo post sono riferire alla malga Valli, una malga di proprietà privata sita sulle pendici di Scanuppia (massiccio della Vigolana) nel comune di Besenello (fra Trento e Rovereto).  Un quadro simile si riscontra in parecchie malghe (senza contare i danni a valle su mais, vigneti ecc.)

    Del resto oggi sono interessate alla presenza del cinghiale anche la Valle d'Aosta, l'Ossola, la Valtellina, la Valcamonica. Non si salva più nessuna grande valle alpina e ormai il cinghiale è presente abbondantemente in quell'areale alpino "interno" dove non dovrebbe esserci. Basta considerare i danni provocati ai pascoli alpini per capire che a 2 mila metri, dove il ciclo vegetativo è molto breve per via delle basse temperature, le ferite ai pascoli non si rimarginano facilmente. Gli agenti atmosferici possono aggravare il problema e, sui versanti più ripidi, provocare fenomeni di erosione. E pensare che si rischiano ancora i verbali per pochi suini domestici liberi sul pascolo senza l'anello al naso. Aggiungasi che anche in Trentino aumentano gli incontri spiacevoli con il prolifico ungulato: incidenti automobilistici e incontri, non proprio piacevoli, con i cinghiali nei boschi e sui sentieri. Un problema che ha giù provocato il diffondersi di una "psicosi da cinghiale" in alcune delle zone con più alta presenza (vedi Lago di Como) con ripercussioni sul turismo a fronte del timore degli escursionisti di transitare lungo i sentieri di montagna. Atteggiament aggressivi dei cinghiali (specie delle scrofe con prole e specie in presenza di cani) sono stati registrati qua e la. Così come casi di escursionisti "circondati" dai cinghiali e non proprio felici di questo contatto ravvicinato con la "fauna selvaggia".

     

     

     

    Misure insufficienti

     

    In Trentino, dove l'estensione ad alcune aree è molto recente, si potrebbe fare tesoro dell'esperienza delle provincie prealpine e appenniche più interessate al problema. L'insegnamento è molto chiaro: gli ordinari mezzi di caccia non bastano Non basta, come si sta facendo in Trentino, allargare a nuovi comprensori a nuove riserve comunali la possibilità per i cacciatori-controllori di abbattere dei capi.  Se il "controllo" avviene nelle forme della caccia, con tutte le limitazioni che un'attività "sportiva" deve conoscere non se ne prenderanno mai abbastanza. Ecco perché i controllori dovrebbero poter operare in qualsiasi orario e in qualsiasi stagione. Di notte e sulla neve è più facile ottenere risultati. Invece le battute notturne sono limitate alle guardie provinciali o a cacciatori da esse accompagnate. Se il controllo diventa complesso e il prelievo è difficile (ma gratificante dal punto di vista venatorio) si ingenera l'equivoco che il controllo sia una forma di caccia. Così i cacciatori - come insegna l'esperienza di altri territori - ci prendono gusto ed eviteranno di eiminare i capi previsti nel timore di non lasciarne abbastanza per la riproduzione e per continuare la caccia negli anni successivi.

     

    Il controllo non è la caccia. I mezzi per eliminare i cinghiali devono essere efficaci e non "sportivi"

     

    In alcune provincie si è data la facoltà ai conduttori dei fondi (vale quindi anche per le malghe) di abbattere i cinghiali al di fuori della stagione venatoria e di utilizzare anche delle trappole. Cacciatori-controllori e agricoltori agiscono qua e là di concerto. Gli agricoltori segnalano alle squadre di "selettori" la presenza dei cinghiali e i cacciatori provvedono ad allestire delle altane e ad appostarsi (di solito all'alba) dove i cinghiali arrivano ad alimentarsi provocando danni alle colture (e persino ai vigneti). Meglio sarebbe realizzare senza tanti complimenti le "governe", aree di pasturazione (il mais è irresistibile per i cinghiali) attrezzate con tanto di fototrappole. Questi gadget elettronici sono ampiamente utilizzati per immortalare orsi e lupi ma funzionano bene anche con i cinghiali. Senza perdere troppo tempo in lunghi appostamenti e in attese a vuoto con le fototrappole si viene a sapere esattamente quando il branco frequenta la "governa". A questo punto basta prepararsi in tempo, scegliere gli appostamenti idonei e ... non lasciarseli scappare. Se il cinghiale è un nocivo come una nutria bisognerebbe utilizzare di più anche le trappole. Sopprimere un cinghiale intrapplato non è "sportivo" ma è bene capire che differenza c'è tra caccia e controllo. Ovviamente le guardie da sole non bastano e tutte queste operazioni devono, va ribadito, coinvolgere cacciatori-controllori (che hanno frequantato l'apposito corso di formazione) e agricoltori. O ci si muove in questa direzione o il flagello dei cinghiali diventerà ancora peggiore.

     

     

     

     

    A Trieste un giudice beffa la provincia e da ragione a un "bracconiere"

     

    Sempre in materia di cinghiali si registra una interessante sentenza. Un giudice del tribunale di Tieste, accogliendo peralto la domanda di archiviazione del PM, hanno stabilito che cacciare i cinghiali anche con mezzi illeciti (lacci) non costituisce furto al patrimonio pubblico in quanto gli animali andavano comunque abbattuti. L’uomo denunciato dalla polizia provinciale dopo lunghi appostamenti per cogliere il "bracconiere" in flagranza di reato. Appostamenti che hanno sottratto tempo alle guardie che avrebbero dovuto invece abbattere in cinghiali.  Il cacciatore in questione si chiama Ezio Rota: aveva catturato due cinghiali.

    Il giudice ha condiviso la tesi del pm il quale aveva  rilevato che l’elevato numero di cinghiali nel territorio della provincia di Trieste (ma non è certo la sola) rappresenta un serio problema. I danni che questi animali hanno cagionato sia agli automobilisti che alle coltivazioni negli ultimi anni hanno totalizzato centinaia di migliaia di euro. Nel contempo il sono stati abbattuti meno della metà dei cinghiali previsti dal piano della Provincia. Insomma, che c’erano oltre 500 animali da abbattere. Secondo il giudice, Rota ha sostanzialmente dato una mano alla Provincia abbattendo alcuni cinghiali "da togliere". Quindi, sempre secondo il giudice, non c’è stato alcun depauperamento del patrimonio pubblico.

    Che cosa dice la sentenza di Triste? Che siamo arrivati al punto che la magistratura, di fronte ad una legislazione superata (la legge nazionale sulla caccia è figlia di un epoca e di una cultura iperprotettiva nei confronti della fauna tanto da abolire il concetto stesso di "anoimale nocivo"), di fronte all'incapacità delle amministrazioni pubbliche di affrontare il problema cinghiali, fa valere principi di autotutela della società e di buon senso. Un messaggio chiaro alla politica. Intanto il messaggio è chiaro: eliminare i cinghiali (sempre che il numero di abbattimenti previsti dai piani provinciali non sia stato raggiunto) non è reato.


     

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